«Siamo circondati da “cloni del cuore”». Le vite degli altri come mappe emotive: i viaggi e i libri di Gabriella Pirazzini

Dentro ogni suo racconto c’è una scintilla che chiede solo di essere vista: la giornalista e scrittrice intreccia emozioni, ombre e sorrisi con la naturalezza di chi sa leggere oltre le parole
Qualcosa accade quando si entra nei libri di Gabriella Pirazzini: le pagine sembrano spalancare finestre socchiuse, quelle che da bambine sbirciavamo con il naso contro il vetro per capire cosa ci fosse oltre. Si sente il respiro delle vite altrui, quel fremito che ti fa pensare a ciò che Montale definiva «l’anello che non tiene». È come se Gabriella raccogliesse i frammenti che gli altri lasciano cadere, li ascoltasse e poi li trasformasse in parole che ribollono di tempo, mancanze, ripartenze, verità. Figlia d’arte (suo padre era il celebre inviato sportivo Ezio Pirazzini), giornalista versatile, donna che il volontariato lo vive come un gesto naturale, Gabriella non scrive storie: le abita. E nella sua ultima raccolta Dove non si parla di me (Giraldi editore), incastonata dagli haiku di Maurizio Lesmi, ci regala un mosaico di esistenze imperfette, scandite da equilibri sottili e dalla nostalgia di ciò che non abbiamo detto. Si parla di fragilità, di desideri inconfessati, e dello sguardo che spesso appoggiamo sugli altri, intravedendone soltanto l’esteriorità. Un libro di sentimenti forti, estremi, storie avvolgenti, di devozione e di dimenticanza, di sogni spezzati, dei tempi, dei ritmi, delle protezioni per sfuggire alle paure, degli incontri sbagliati e di quelli inaspettati, della vita che scappa, della morte che rincorre. Sono frammenti, polaroid di vita.
Il libro “Dove non si parla di me” (Giraldi editore)
“Dove non si parla di me” è una raccolta che sembra guardare le persone attraverso spiragli, come se ogni storia fosse colta nel momento esatto in cui si lascia sorprendere dal vero. Come è nato questo sguardo laterale, così intimo?
«È il mio modo di guardare la vita, e le persone, e anche gli eventi. Mi ricordo che facevo così già da bambina, alternavo momenti silenziosi e di apparente solitudine a immersioni meravigliose nella gioia in compagnia degli altri. Ma erano i miei momenti intimi che mi aiutavano a capire quello che mi circondava, a “sentire” chi mi stava attorno, coglierne gli attimi più nascosti e più oscuri. Già allora prendevo appunti, scrivevo su agende infinite che finivo in un batter d’occhio. E anche i miei appunti erano “laterali”, mai scritti in fila, ma sgusciavano tra i lembi delle pagine per emergere singoli e intatti. E ancora oggi faccio così. Ascolto e guardo, a volte spio, sono sempre attenta ai racconti, alle parole, ai comportamenti, anche degli sconosciuti. È così che ho capito che non siamo unici: le nostre storie non sono uniche, i nostri dolori non sono unici, le nostre gioie non sono uniche. Siamo circondati da “cloni del cuore”, illudendoci o lagnandoci o beandoci di essere soli sul palcoscenico».
L’intimità familiare
Ogni racconto è autonomo ma dialoga con gli altri, lascia fili sospesi, quasi una vibrazione. Uno dei fili più intensi che attraversa è quello del tempo ma anche quello dell’intimità familiare. Non come rifugio ideale, ma come terreno fragile, talvolta scivoloso, dove si inciampa e ci si rialza. Per te il racconto breve è un approdo naturale o una scelta precisa di linguaggio?

«Ho iniziato, forse come tutti, con le poesie. Versi brevi che in poche righe dovevano racchiudere un’emozione forte, e soprattutto condivisibile. Il passaggio al racconto è stato naturale come scelta, ma non facile come scrittura. La prima raccolta si presentava come “flussi di pensiero”: un nome di donna, una foto, una storia, ma era spesso incompleta. Pennellava, senza arrivare al quadro. Poi è arrivata Minuetto (sempre Giraldi editore) e lì ho cercato di dare respiro ai racconti, creando trame più complesse, con diversi personaggi, e cercando anche il colpo di scena. Una sorta di romanzi brevissimi. Poi sono passata al romanzo, con tempi più lunghi e la difficoltà di creare un progetto cui attenersi: stabilire un inizio e anche una fine. È stata una prova importante, che mi ha portato tante soddisfazioni e una enorme crescita personale. Mi sono scontrata con le mie manchevolezze (rigore, ordine, congruenza), ma queste sfide mi hanno fatto capire la differenza tra scrivere ed essere scrittori, senza presunzione ma come connotato. La Misura, Il Ritardo, Le sovrapposizioni sono stati tre momenti fondamentali nella mia vita di persona e di autore. Ho studiato, ho analizzato contesti, letto articoli, per dare un respiro “altro” alle pagine e costruire storie intriganti ma sempre con una intimità leggibile. In tutti e tre i romanzi (dove il protagonista è sempre maschile e non so spiegare il motivo di questa scelta) tuttavia resta lo stesso sguardo, feroce, crudo, dinamiche relazionali e familiari che si sfaldano davanti ai nostri occhi, e quelle parentesi di riflessioni aperte sui sentimenti, di cui abbiamo sempre tanta paura. E così sono arrivata al racconto vero: quello all’americana per catalogarlo. Cogliere solo un frammento della storia, penetrare la luce o l’oscurità di un momento, e da lì dipingere un intero paesaggio interiore. Lasciando fuori la cornice, che non spetta a me, semmai al lettore. Posso dire di avere trovato il mio linguaggio maturo. Poi mi piace ancora mescolare romanzo e racconto, credo che il prossimo libro sarà proprio fatto così…».
Le vite degli altri
Nell’introduzione scrivi: «Non racconto storie, racconto la vita facendo finta che sia inventata». Quanto c’è di te – e quanto degli altri – in queste vite che sembrano correre sul bordo delle emozioni?
«C’è molto di me in “Dove non si parla di me” (su Amazon) ma non nei fatti, bensì nell’interpretazione dei fatti. C’è molto degli altri, attraverso confidenze, situazioni conosciute, discussioni, incontri. Tutti i racconti partono da un nodo di realtà, su cui poi imbastisco una trama più complessa che devia verso l’immaginazione. Sia quando il racconto è più lieve, sia quando arriva agli estremi delle possibilità. Quello che ho scoperto è che comunque la realtà sempre supera di molto la nostra fantasia, e che dietro ogni faccia c’è un respiro corto che non vuole uscire, la paura di dire di più, di mostrare, eppure le ferite si accumulano e si colgono, e io colgo questa finzione in maniera naturale. Si intitola così perché alla fine si parla di tutti, nessuna storia è speciale ma possiamo riconoscerci nelle ferite, nelle esaltazioni, nelle accettazioni, nelle sconfitte. Ogni singolo racconto ha tante note comuni pur nelle storie diverse, perché nel racconto c’ è la metà oscura della vita. Sono racconti dolenti: alcune storie si rincorrono e sembrano riversarsi nel racconto successivo, senza volerlo, ma perché è così che le vite di tutti si intrecciano. Perché c’è comunanza nella faccia oscura. La perdita. L’ attesa. L’abbandono. Il rancore. La rabbia. C ‘è quello che si prova quando arriva la consapevolezza che la cicatrice si vedrà per sempre».

In molti testi la casa non protegge, anzi sembra scricchiolare sotto il peso delle attese. È un luogo simbolico o nasce da esperienze che hai sfiorato o osservato?
«La casa è un nido, e come tale si costruisce e si sfalda. Ed è proprio perché è carica di attese che si trasforma in una prigione, a volte in un massacro. Basta seguire i dati sui femminicidi, sulle violenze ai minori, sulle incomprensioni tra genitori e adolescenti. La famiglia è fatta di persone che cambiano, si fanno male anche se prima si volevano bene, e se si vogliono bene lo fanno nel modo sbagliato. Tendiamo a difendere gli estranei, ma su chi ci è vicino facciamo ricadere colpe e responsabilità. In un racconto c’è una frase che riassume lo strazio silenzioso dei rapporti personali: “Georgina ora può fare la torta, pensa che la adornerà con mele caramellate, alternate a dei fichi. La vuole fare bella, per Isidro e Blanca, per loro che le hanno insegnato che la vita è in un pugno che non ti appartiene nemmeno”. Sembra leggera, e invece contiene tutta la pesantezza dell’esistere».
La mancanza, una forma d’amore
Una volta hai detto una frase potentissima: «Il genere sentimentale non mi appartiene, perché sento di non poter appartenere all’amore ma solo alla sottrazione». In questa raccolta in effetti, l’amore è spesso evocato più per assenza che per presenza. Quanto pensi che la mancanza – intesa come vuoto, come silenzio, come “non detto” – possa raccontare l’amore meglio di tante parole?
«Il non detto è meraviglioso quando c’è complicità; diventa baratro quando c’è lontananza di pensieri. Nascono gli equivoci, capaci di ribaltare un’esistenza. Uso spesso pause e silenzi per enfatizzare paure inespresse. L’amore è fatto di paure, basti pensare alla paura della perdita.
Ricordo un viaggio in auto con mia figlia. Io parlavo, chiedevo, chiedevo, e lei – polleggiata sul sedile – mi disse: “Ma non credi che tra persone che si vogliono bene si possa stare anche in silenzio?”. Ecco, questo è l’amore. Ma confesso che ne sono incapace: identifico il silenzio con il vuoto. Le parole ronzano continuamente nella mia testa».
Ripartire oggi
Parli spesso di nuovi inizi che assomigliano a macerie da cui ci si rialza con più domande che risposte. Che cosa significa per te “ripartire”, oggi?
«Ripartire è un atto dovuto, e un atto soprattutto quotidiano. Stare al mondo chiede di ripartire. I lamenti, i pianti, non servono a nulla, l’autocommiserazione è peccato. Ripartire non significa fingere che vada tutto bene, significa accettare i cambiamenti della vita. Si riparte sempre in sordina, perchè occorre riabituarsi alla vita. Credo di essere ripartita tante volte. Nel lavoro, nella vita personale, nelle scelte. Oggi ripartire per me significa ricordare ma aiutano gli altri, ad esempio con il nostro doposcuola per ragazzini in difficoltà nel nome d mia figlia, tenere in disparte i miei problemi per mantenere empatia con le persone, dare reale amore alle persone che ho vicino, creare reti con colleghe e colleghi che scrivono, supportare eventi, portare avanti la memoria di chi non c’è più ad esempio attraverso il concorso di scrittura giornalistica per gli studenti dedicato a mio papà, voltare pagina come giornalista e produrre in proprio il programma agricolo “Con i frutti della terra” (su Ètv Rete7, Teleromagna e Tvqui), appassionarmi alla vita della mia città, e soprattutto scrivere. Scrivere è ripartire continuamente, e a volte, vivere nuove vite. Ci sono momenti da cui vorremmo fuggire, ma c’è anche la consolazione della possibile resurrezione, ognuno a suo modo. Sopportando, uccidendo, scegliendo».

Il tempo che attraversa le pagine
C’è un tempo che attraversa tutto il libro: tempo che sfugge, che rincorre, che chiede di essere ascoltato. È una tua ossessione narrativa o una necessità interiore?
«Credo sia una mia ossessione, perché involontariamente il tempo attraversa tutti i miei libri. La differenza in questa ultima raccolta è che c’ è il tempo ma non il cambiamento. Qui i personaggi sono immoti, fermi e anche quando si muovono sono immortalati nell’ attimo, in quella faccia oscura della luna. Dove c’ è l’inciampo. La caduta. La vita, come lo scrivere, è un ritmo spezzato. In ogni storia c’è il presente e tutte le non-cose pronte ad accadere. Il tempo mi ha sempre affascinato, per quel suo essere indefinibile, il passato il presente il futuro che sono un groviglio unico ma con sentimenti diversi: il rimpianto, il rimorso, l’attesa, la speranza, ho studiato migliaia di autori e filosofi che si sono occupati del tempo, perché lì c’è anche il mistero. L’eternità. Credo che il tempo ci faccia toccare il senso di morte e vita».
Gli haiku di Maurizio Lesmi
Gli haiku di Maurizio Lesmi funzionano come piccole pause di respiro. Come avete costruito questo dialogo poetico tra le tue prose e le sue sillabe essenziali?
«Come sempre a random, mi piace mescolare le cose e far si che un libro sia un racconto corale. La copertina che affido sempre a un artista, in questo caso il pittore Maurizio Cervellati, la prefazione, che affido sempre a qualche amica scrittrice, e questa volta anche versi voltapagina. Maurizio è un artista poliedrico, suona, scrive, improvvisa, tiene corsi, e in una serata avevo seguito i suoi haiku accompagnati al sax, e così mi è venuta l’idea. Ha accettato la proposta, e mi ha inviato la sua produzione di haiku, io ne ho scelti quanti erano i racconti, e li ho buttati a caso tra le pagine. Si è creata una fusione naturale, perché il caos spesso è amico. Poi come il racconto è fatto di poche pagine, un haiku è fatto di pochi versi, che poi quelli di Lesmi sono senryū, una forma di poesia giapponese simile all’haiku, ma con una connotazione più ironica e spesso critica verso la natura umana. Ma sempre composto da tre versi, con una struttura di 5-7-5, che esplora i difetti e le contraddizioni dell’umanità. Li ho voluti perché sono fulminanti. Rimasi colpita da uno in particolare: “La potenza è//l’attimo che precede //l’inciampo, sempre”».
Il volontariato
Il tuo impegno nel volontariato con la Fondazione Matteo Bagnaresi è un tassello fondamentale della tua vita. Ci vuoi dire di cosa ti occupi e in che modo questa esperienza entra – dichiarata o sotterranea – nelle tue pagine?
«Quello con la Fondazione Matteo Bagnaresi un impegno faticoso e meraviglioso insieme, sottrae e arricchisce. Nasce con la perdita, vive con la moltiplicazione: dare una mano concreta è una delle piccole possibilità che abbiamo per cambiare non il mondo, ma almeno noi stessi. Attualmente, dopo quindici anni di attività, sosteniamo nello studio ma non solo, quasi cento studenti in difficoltà socio economica oltre che scolastica, e in parallelo crescono i volontari, oggi una cinquantina, per poter mantenere il rapporto di uno a uno, un insegnante per ogni ragazzo nelle ore di studio. Abbiamo le elementari, un mondo caotico, le medie e il biennio delle superiori in cui occorrono aree di competenze specifiche. Praticamente amministro un’azienda, fatta di turni, di incastri, e se i pomeriggi di attività sono quattro praticamente io ci lavoro tutta la settimana, tra messaggi, prospetti e cambiamenti. E abbiamo una lunga lista d’attesa purtroppo: oltre alle famiglie straniere, molti sono gli arrivi dall’Ucraina in guerra, dal Bangladesh, dal Pakistan, alcuni che hanno bisogno di alfabetizzazione, altri con cui facciamo lezione solo in inglese, ma ho un gruppo veramente affiatato e appassionato. E poi ogni volta che sono affranta perché ho un “buco” o vorrei dare una mano a un’altra famiglia, ecco che mi scrive una possibile volontaria, e mi si apre una finestra di luce. È capitato proprio ieri sera. E allora mi dico che anche se non è proprio una esperienza che avrei scelto, è giusto portarla avanti. Alcune storie che vivo all’interno del doposcuola attraversano alcuni dei miei racconti: storie di fragilità, famiglie distanti, la stessa emigrazione, il bisogno di accoglienza che è in tutti noi. E confesso che rubo anche micro storie dei volontari e delle volontarie, che poi mescolo per non renderle riconoscibili».
In viaggio con le amiche
Nel nostro blog amiamo parlare di amiche che si mettono in cammino, con la valigia piena di confidenze e di risate. Con chi vorresti partire domani, senza pensarci troppo? E dove ti porterebbe quell’impulso?
«Intanto ogni mio libro è fatto di viaggi reali o di fantasia: i luoghi costellano i romanzi e i racconti, e spesso i luoghi diventano l’incipit stesso della storia. È stato così per isola d’Elba, e per il Tirolo austriaco a Fliess, oppure la Carinzia, la Normandia, l’Egitto. Quelli inventati sono studiati e approfonditi, perché io sono una frana in geografia, e vivo circondata da mappamondi, perché la terra rotonda è un caos! Amo i paesi che appartengono alle mie radici, non ho desiderio di rotte esotiche, orientali, né di conoscere i grattacieli di Dubai, amo la Mittel Europa, e tantissimo l’Italia. Anzi un viaggetto vero l’ho proprio fatto recentemente insieme alle amiche di sempre per i nostri settant’anni. Il Canavese, quella terra che dal Piemonte corre verso la Valle D’Aosta, tra castelli che ne fanno una piccola Loira italiana, storie particolari come quella di Olivetti, cibi e vini intensi, dal Rosso Carema all’Erbaluce di Caluso, e gente incredibilmente disponibile e amante della propria terra, e che conosce bene il territorio. Poi il Monferrato, dove a Cella Monte ho scoperto gli infernot, labirinti sotterranei scavati nella pietra da cantoni. Insomma ogni angolo di mondo racchiude segreti e bellezze. Quanto a domani, beh vorrei partire con mio marito o con le mie amiche verso Tavemunde, attraversando Lubecca città del marzapane ma anche tutti i possibili paesi del tragitto. Da anni non vado in aereo, e se posso evito il treno, claustrofobia aggravata, e così viaggio solo in macchina. Per realizzare questo tour con tappe sicure e belle, ci vogliono almeno quindici giorni prima di affacciarsi sull’oceano, in Germania. Perchè amo l’oceano, e le maree. L’altro luogo che vorrei rivedere sarebbe Dinard in Bretagna, non Dinan (austera e medievale) ma Dinard con le sue villette voluttuose e liberty che rievocano una aristocrazia dei tempi passati. E comunque a breve parto per la Tuscia, terra che adoro, da Viterbo a Vitorchiano, passando per Civita di Bagnoregio e i borghi abbandonati».

Racconti come itinerari
Se i tuoi racconti fossero tappe di un itinerario, quale sarebbe la destinazione finale: un porto quieto o una strada ancora tutta da esplorare?
«Posso dire che i miei racconti sono tappe di un itinerario? Sia interiore ma spesso anche geografico, perché i luoghi determinano sentimenti ed emozioni. Ci sono storie che non potrebbero nascere se non lì, in quel luogo esatto, in quel momento preciso. I porti sicuri non li conosco, amo i porticcioli nelle anse minuscole, ma non il mare aperto. E credo che sicuramente il finale sarebbe lungo un percorso da esplorare, perché è movimento, è crescita, è allontanamento, è ricerca, è ritrovamento, è la possibilità. Questa parola meravigliosa che spesso dimentichiamo».
La valigia
Infine, cosa non manca mai nella tua valigia?

«Tutte le sciarpe possibili, ne ho sempre una al collo. Sette paia di mutande, in qualunque stagione e qualunque sia la durata della vacanza o del viaggio. Indosso solo le mie e quindi potrei difficilmente trovarle nei negozi. Un piumino di scorta se è inverno (temo sempre che uno si strappi), tutte le mie camicie di lino bianco se è estate. Un secondo paio di occhiali. Il portatile per scrivere, una agendina per gli appunti al volo, tre libri almeno perché non so quale mi ispirerà, una stecca di sigarette (i vizi sono vizi), un mio libro che mi piace donare alla biblioteca locale se c’è. Una crema per la faccia e un rossetto arancione, l’unico trucco che mi concedo. Non esco mai senza rossetto se non quando sono triste. E poi vista l’età e gli acciacchi, immancabile la trousse medicine, per sicurezza! Poiché viaggio in macchina, un termos di caffe caldo, non sopporto gli autogrill. Aggiungo che per me fare la valigia comporta uno stato d’ansia notevole. Comincio una settimana prima a fare le pile delle cose che mi servono. E immancabilmente mi manca sempre qualcosa».

Basta sentirmi parlare per intuire il mio attaccamento alla Basilicata. Nonostante viva a Bologna da tanti anni e ami questa città, ho mantenuto una visione Sudcentrica della vita. Giornalista professionista, tutor al master in giornalismo, scrittrice e soprattutto “ragazza” piena di energia. Ho una valigia sempre pronta, anche se a ogni viaggio dimentico qualcosa. Vivrei in estate tutto l’anno e sogno una casa vista mare. Scrivo libri di curiosità (Book Sun Lover) e romanzi (“Un giorno sì un altro no”, “Come un fiore sul quaderno”). Leggo tanto, sorrido ancora di più.

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