L’arte del Wabi-Sabi nel journaling: il viaggio per abbracciare le proprie imperfezioni

Noi donne abbiamo un primato spesso faticoso: riusciamo a essere le critiche più severe di noi stesse. Forse è colpa di una società che ci impone di indossare maschere impeccabili, ma il risultato è che rincorrere la perfezione è diventato uno sport estenuante che prosciuga le nostre energie. Viaggiare, e in particolare farlo dentro di noi, ci insegna però una verità diversa: i paesaggi più affascinanti sono spesso quelli più selvaggi, irregolari e segnati dal tempo.

Spesso pensiamo che per ritrovarci sia necessario fuggire lontano, ma l’incontro più significativo non avviene tra monumenti famosi o spiagge esotiche; si genera, invece, nelle pieghe dei nostri pensieri e dei nostri silenzi. Il viaggio interiore è l’avventura più preziosa che possiamo intraprendere, e lo strumento per navigare in queste acque è il journaling. Trasformare la scrittura in un diario del viaggio della vita significa smettere di annotare solo eventi e iniziare a scoprire nuove sfaccettature di sé, dando finalmente un nome a bisogni e desideri che restano troppo spesso inascoltati. È un atto di auto-cura profonda per diventare esseri più armoniosi.

Che cos’è il Wabi-Sabi e perché ci serve

Il Wabi-Sabi è una visione del mondo giapponese fondata sull’accettazione della transitorietà e dell’imperfezione. Indica la bellezza delle cose incompiute e umili. Ci insegna che le crepe e le irregolarità non sono difetti da nascondere, ma la storia stessa di un oggetto, ciò che lo rende irripetibile.

Provate a pensare alla nostra evoluzione: la natura non ha lavorato come un ingegnere freddo che progetta macchine perfette, ma come un artigiano appassionato. L’artigiano si ingegna con la materia prima che ha, adatta, smussa e trova soluzioni creative sul momento. Noi siamo il risultato di questo millenario e magnifico bricolage. Pretendere da noi stesse la perfezione assoluta non è solo irrealistico, è un atto che va contro la nostra stessa natura biologica. Siamo nate per essere splendidamente imperfette.

Il diario come palestra emotiva

Per smettere di rincorrere la perfezione, il journaling è uno strumento terapeutico molto potente. Non dobbiamo però immaginare un compito scolastico che deve essere fatto bene e secondo alcune regole precise. Quello che serve è attivare un dialogo interiore consapevole con noi stesse, un porto sicuro in cui non esiste alcun giudizio. È questa attitudine che ci aiuta a ritrovare l’armonia che tanto cerchiamo. 

Proviamo, allora, a trasformare il diario in una vera e propria palestra emotiva. Qui potete togliervi la maschera, respirare a fondo e iniziare a guardare alle vostre fragilità con la stessa empatia con cui guardereste un’amica cara.

Esercizio pratico: abbracciare le proprie imperfezioni

Per passare dalla teoria alla pratica, proviamo a inserire nelle nostre abitudini quotidiane, o almeno settimanali, un esercizio profondo per il momento di journaling.

Per prima cosa troviamo un angolo tranquillo, magari anche all’aperto se il clima lo consente. Sarà importante avere con sé una penna e un quaderno.

Dividiamo una pagina del diario esattamente a metà in due colonne.

Colonna di sinistra

Nella colonna di sinistra, scriviamo almeno 5 qualità che apprezziamo profondamente di noi stesse. Non devono essere per forza gesta eroiche: può essere la nostra capacità di ascoltare, il nostro senso dell’umorismo, la nostra tenacia o la delicatezza con cui ci prendiamo cura delle piante. Scriviamo quelle cose che spesso diamo per scontate, ma che definiscono la nostra luce.

Colonna di destra

Nella colonna di destra, scriviamo invece 3 aspetti di noi che in passato consideravamo difetti, ma che ora siamo pronte ad accogliere come parte fondamentale della nostra unicità. Una volta fatto questo lavoro arriva un momento molto importante. Un passaggio che possiamo considerare magico per la sua potenza. Per ognuno dei tre aspetti di noi che abbiamo sempre considerato come dei difetti, completiamo la frase: «Questa imperfezione in realtà mi rende unica o ha un risvolto positivo perché…».

Qualche esempio

Questa mia ipersensibilità, che prima mi faceva sentire vulnerabile, in realtà mi rende unica perché mi permette di connettermi con gli altri in modo profondo e di godermi la bellezza del mondo in ogni sfumatura.

Questo mio essere sempre con la testa tra le nuvole in realtà mi rende unica perché è il motore della mia creatività e mi spinge a immaginare viaggi straordinari.

Smettere di rincorrere, iniziare ad amarsi

La cosa importante, facendo questo esercizio, è ricordarsi che accettare non significa rassegnarsi ma, piuttosto, comprendere la propria essenza e smettere di essere le prime a generare una lotta con noi stesse. Scrivere nero su bianco l’accettazione delle nostre ombre le trasforma in punti di forza.

Riempiamo i nostri diari di parole gentili e di difetti perdonati. Lasciamo andare l’ideale irraggiungibile che ci appesantisce lo zaino e iniziamo ad amarci in quel famoso “qui e ora”. Una donna che si sente libera di abitare il mondo da sola è sicuramente felice, ma una donna che ha imparato a sentirsi libera, sicura e Wabi-Sabi dentro di sé, è semplicemente inarrestabile.

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