Scrivere per guarire: la narrazione come via per ritrovarsi

Dalla penna al cuore: come mettere nero su bianco i propri pensieri può diventare un gesto di cura, trasformando la parola in una forma di guarigione interiore
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C’è un filo invisibile che unisce la penna e il cuore. Che si tratti di tenere un diario segreto, di scrivere una lettera piena di emozioni mai spedita o di mettere su carta la storia della propria vita, la scrittura può trasformarsi in un potente strumento di guarigione interiore. Scrivere per guarire non è solo un modo di dire: numerose ricerche confermano che l’atto di narrarsi ha effetti benefici profondi, aiutandoci a fare pace col passato e a comprendere meglio il nostro presente.
Il potere terapeutico della scrittura
La scrittura offre un luogo sicuro in cui dare voce a ciò che proviamo, senza timore di giudizio. Spesso tendiamo a reprimere emozioni dolorose o ricordi difficili. Quando scegliamo di scriverli, possibilmente a mano su un foglio o taccuino, ci stiamo aprendo alla possibilità di affrontarli. Questo approccio, noto come scrittura terapeutica o scrittura espressiva, è studiato dalla psicologia fin dagli anni ’80. Il pioniere in questo campo, lo psicologo e docente universitario James Pennebaker, ha dimostrato quanto scrivere possa far bene attraverso un esperimento sociale. Ha chiesto a un gruppo di studenti universitari di impegnarsi per 3-4 giorni consecutivi, a scrivere a mano su carta per 15-20 minuti al giorno. La scrittura doveva riguardare i propri pensieri ed emozioni più profonde legate a esperienze traumatiche. Un altro gruppo di controllo, doveva invece scrivere di argomenti neutrali e superficiali. I risultati furono sorprendenti.

Lo studio di James Pennebaker
Dal suo studio è emerso che la scrittura emotiva genera effetti misurabili sul benessere delle persone. Nel caso specifico, gli studenti che avevano scritto delle proprie esperienze intime mostrarono un miglioramento della salute fisica, un sistema immunitario più forte e perfino meno assenze per malattia rispetto a quelli del gruppo di controllo. Pennebaker osservò inoltre che nell’immediato il processo di scrittura poteva causare un aumento dello stress (molti partecipanti si emozionavano o piangevano durante le sessioni), ma a lungo termine si registrava una diminuzione dei disturbi legati allo stress e un miglioramento generale della salute. In pratica, dare parole al proprio mondo interiore sembrava aver innescato un processo di guarigione.
I benefici a lungo termine
Da allora decine di studi hanno confermato che raccontare per iscritto le proprie emozioni produce numerosi benefici a lungo termine, tra cui benessere fisico, equilibrio biologico e una migliore salute mentale ed emotiva. La scrittura terapeutica fa registrare una riduzione di ansia, sintomi depressivi e pensieri ossessivi legati a traumi e migliora il tono dell’umore. Diminuendo il carico emotivo che occupa la mente, la scrittura può portare a miglioramenti della memoria e della capacità di concentrazione. Sono stati riscontrati anche incrementi nelle performance cognitive e creative, ad esempio nello studio accademico e perfino nelle prestazioni sportive.
Una valvola di sfogo
Liberare la mente dallo stress aiuta infatti a focalizzarsi meglio sulle attività quotidiane e sui propri obiettivi. Quello che succede, provando a semplificare, è che mettere nero su bianco pensieri ed emozioni funge da valvola di sfogo e al tempo stesso da mezzo per riordinare l’esperienza in una forma più comprensibile. Ciò che inizialmente può far male ricordare, una volta scritto trova un posto nel nostro racconto personale e fa un po’ meno paura.
Parole che calmano il cervello: neuroscienze del journaling
Cosa accade nel nostro cervello quando scriviamo dei nostri sentimenti? Le neuroscienze offrono spunti affascinanti. Gli studi del professore Matthew Lieberman dell’Università della California, hanno dimostrato che dare un nome alle emozioni intense aiuta a calmarle. In uno di questi esperimenti, quando i partecipanti vedevano una foto che evocava paura o rabbia, dovevano etichettare l’emozione scrivendola. L’attività nell’amigdala, l’area cerebrale che attiva le reazioni di allarme e stress, diminuiva significativamente. Tradurre le emozioni in linguaggio equivale a premere il freno sulle risposte emotive automatiche che altrimenti ci travolgerebbero. Etichettare ciò che proviamo attiva i circuiti regolatori e ci fa sentire più padroni delle nostre reazioni.
I benefici del journaling
Non c’è da stupirsi, quindi, se chi si dedica al journaling riferisce di sentirsi più calmo e centrato dopo aver scritto. Quando buttiamo fuori, sulla pagina, i pensieri e i ricordi che ci turbano, essi smettono di girarci in testa in modo caotico. Anzi, esprimere ciò che abbiamo dentro, libera spazio mentale perché qualcosa di più positivo e salutare vi possa entrare. Se troviamo il coraggio di ascoltare la nostra voce interiore senza paura, diventa più facile anche non temere il giudizio delle voci altrui. In questo senso la pagina scritta diventa un luogo di catarsi e di riorganizzazione, dove emozioni e pensieri trovano un equilibrio nuovo.

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“Voglio scrivere, leggere, viaggiare e raccontare storie”, così rispondevo agli adulti che mi chiedevano cosa volessi fare da grande. Avevo 6 anni. A 19 ho capito che quella professione era il giornalismo. E così tra un esame all’università e l’altro ho iniziato a collaborare con testate locali, tra cronaca e cultura. Poi sono arrivati il giornalismo turistico e l’attualità. Nel 2019 ho co-fondato il Constructive Network per la divulgazione del giornalismo costruttivo in Italia. Scrivo e mi occupo di formazione sulla comunicazione empatica. Ho fatto mia una regola: mai rinunciare al tempo per me e per le persone a cui voglio bene.

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