Il trasloco? È un po’ come fare un viaggio…


Una volta il giorno di San Martino (11 novembre) era ricordato come la scadenza in cui i contadini affittuari dovevano sloggiare. Oggi il mondo è cambiato e ormai anche in Italia il trasloco, anche più volte nel corso della vita, è diventato un’abitudine. Per molti se non per tutti 


La parola “trasloco” 


La parola “trasloco” nasconde tanti e tali significati che si potrebbe quasi tracciarne una fenomenologia. Ma se il termine – dal latino trans (al di là, oltre) e locus (luogo) – indica semplicemente spostarsi da una casa vecchia a una casa nuova, l’esperienza può diventare utile, “metafisica” oltre che “fisica” (ci si stanca, si suda e nei casi più gravi ci si ammala perfino), un’occasione per tirare le somme. «Il trasloco è l’inventario della vita», ha detto Geppi Cucciari e c’è chi, dopo aver fatto quindici traslochi in otto anni cambiando ogni volta città, organizza dei “Leaving Party” per salutare gli amici sostenendo che bisognerebbe scrivere una lettera a se stessi come dopo ogni viaggio. 


Quattro passi nella storia

Novembre è Caino: o si paga l’affitto, o si fa San Martino”, recita un vecchio proverbio che significa proprio “sgomberare”, “traslocare”. C’è stato un tempo in cui una buona parte di italiani aveva una radicata e obbligata abitudine al trasloco. Per loro  l’11 novembre era l’ultima data per un nuovo contratto in affitto e quindi per cambiar casa.

L’11 novembre

Per capire il perchè occorre fare un salto indietro all’epoca dell’Italia contadina regolata dai contratti mezzadrili nei campi, contratti che tradizionalmente scadevano l’11 novembre, giorno appunto di San Martino, data di inizio del nuovo anno agricolo e maturazione del mosto che diventava vino. Se i braccianti salariati, per quella data, non potevano pagare l’affitto pattuito, dovevano assolutamente lasciare liberi i locali, caricare le poche masserizie su un carretto e cercare lavoro e sistemazione in un’altra cascina. Da qui anche il detto “Trii san Martin, un foegh”, vale a dire che dopo tre traslochi, i mobili erano ormai tanto rovinati da servire solo per accendere il fuoco. 

Anche in Piemonte, il giorno di San Martino era dedicato agli sgomberi. Si narra che perfino Vittorio Emanuele II, prima della battaglia di San Martino del 24 giugno 1859 abbia incitato così i suoi soldati: “Coraggio figlioli, altrimenti gli Austriaci ci faranno fare San Martino”, cioè “Ci faranno sgombrare dalle nostre posizioni”. Solo Napoli aveva un’altra data per traslocare. Sotto il Vesuvio la giornata delegata ai trasferimenti delle famiglie che stavano in affitto, era il 4 maggio, per un’imposizione del Viceré Pedro Fernando de Castro, nel 1611. 

Finché l’Italia è stata dominata dalla civiltà contadina, il “trasloco di San Martino” ha rappresentato una vera tradizione, venuta meno solo per il mutamento dei sistemi produttivi e dei rapporti sociali a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. 


Il trasloco nell’arte


Se una volta erano “forzati”, oggi per fortuna i traslochi sono “cercati” e si può giocare sulla parola andando a scoprire mille curiosità collegate a questo rito collettivo. A partire dall’arte. In ordine cronologico il primo che si incontra è il pittore cinquecentesco Vincenzo Campi che ha dedicato al trasloco una delle sue tele più famose, intitolata “Il Sanmartino” (1580, conservata al Museo Civico di Cremona Ala Ponzone https://musei.comune.cremona.it/it/musei/museo-civico-ala-ponzone), in cui documenta il colorito traffico che si vedeva nelle campagne in quella giornata. Un altro pittore ossessionato dal continuo spostarsi fu Giorgio De Chirico, con la serie di dipinti “Mobili nella valle”. 

Vincenzo Campi a San Martino, 1580 circa

Il trasloco nei film


Anche il cinema dà spazio ai traslochi. Impossibile non citare “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, del 1978, con il contadino costretto a lasciare la vecchia casa guidando il carretto che sferragliava tra l’argine dell’Adda e i filari di pioppi. O ancora, “L’ultima ruota del carro” (2013) con Elio Germano che interpreta Ernesto Marchetti, un autista di camion che per quarant’anni aveva girato tutta l’Italia caricando e scaricando mobili. E nemmeno gli spot pubblicitari hanno trascurato le piccole e grandi avventure di chi passa da una casa all’altra. Celebre ad esempio quello di qualche anno fa della Barilla in cui un bambino perde la sua macchinina rossa durante un trasloco e la ritrova solo da adulto. 

Il trasloco nella musica


Non può mancare un accenno alla musica: in una ipotetica classifica dei cantautori “traslocanti” il vincitore sarebbe sicuramente Ivano Fossati, che già nel 1979 nel brano E di nuovo cambio casa (album La mia banda suona il rock) cantava: «E di nuovo cambio casa di nuovo cambiano le cose/ E di nuovo cambio luna e quartiere…». E che, soprattutto, nel 1982 firma Traslocando di Loredana Berté. Ancora Sergio Endrigo con la sua struggente e malinconica Trasloco. Negli anni 2000 da ricordare, invece, il brano Scotch (2011) di Daniele Silvestri e CambiaMenti (2014) di Vasco Rossi.


Traslochi celebri


A detenere il record del personaggio famoso che ha traslocato più di tutti è Ludwig van Beethoven, un vero insospettabile. Pare che durante i 35 anni in cui abitò a Vienna, cambiò casa addirittura 39 volte. I biografi spiegano il motivo di tanti trasferimenti con l’abitudine di cantare a squarciagola agitandosi nudo alla finestra. Di sicuro a causare conflitti a catena fra il musicista e i vicini, i padroni di casa, i portinai dei palazzi, erano il disordine e l’inosservanza delle norme esteriori. Leggendo però i taccuini su cui il grande genio annotava i frequentissimi traslochi e cambi di personale, si ha l’impressione di un uomo privo di affetti e perseguitato dalle malattie, che non poteva trovare pace nel calore domestico ma solo nel lavoro ostinato. 

Traslochi d’epoca

Un altro recordman dei trasferimenti è stato Honoré De Balzac, in fuga perenne dai debiti: sono una quindicina – dalla povera mansarda in rue Lesdiguières all’elegante villetta al 47 di rue Raynouard oggi trasformata in casa-museo – gli indirizzi parigini conosciuti dell’autore de “La Comedie Humaine”. 

I personaggi famosi


Tra i tanti personaggi famosi, hanno un ruolo da protagonisti pure Harry e Meghan che nei primi anni di matrimonio ne hanno affrontati cinque, da Kensington Palace a Frogmore Cottage di Windsor, dalla villa di Vancouver in Canada a quella di Beverly Hills, per poi approdare nella lussuosa dimora di Montecito in California. Ma oggi a togliere il record a questi “parenti serpenti” sono sicuramente il principe William e la moglie Kate, con il recentissimo e complicato trasferimento nella nuova residenza di Forest Lodge che i futuri sovrani definiscono essere la dimora “per sempre”.

Quando trasloca il potere


Ma quando a traslocare è “Il Potere” c’è sempre fermento. Alla Casa Bianca, il trasloco del presidente uscente e della first family entrante è cronometrato al secondo, inizia alle 10 del mattino e deve essere finito per le 16 pomeridiane. In queste sei ore un esercito di 93 persone, membri dello staff presidenziale, divisi in squadre con compiti specifici e provati in anticipo, effettua il miracolo. Di ritorno dal giuramento, il nuovo presidente entra nella sua nuova casa e trova i vestiti nell’armadio, i calzini nei cassetti, i libri ordinatamente esposti, persino i biscotti preferiti nella dispensa. L’ultimo in ordine di tempo è stato il trasloco di Donald Trump, che dopo il secondo insediamento ha anche cominciato faraonici lavori di ristrutturazione.  

L’Italia dei Vip e il trasloco


Tutt’altra stoffa quella di Sandro Pertini, l’inquilino più amato del nostro Quirinale. Un maestro di sobrietà anche al momento di cambiare casa. In un articolo di quel periodo si legge che avrebbe portato via solo poche valigie di carte, le lettere private cui è affezionato, la sua collezione di pipe.  Un po’ come è avvenuto con il trasloco di Papa Francesco, quando ha scelto di vivere modestamente in un piccolo appartamento della residenza Santa Marta. Al pontefice venuto dall’Argentina spetta questa famosa citazione pronunciata durante un’omelia del 2013: «Dietro un corteo funebre non ho mai visto un camion da trasloco, mai». Bergoglio intendeva ricordare così un concetto a lui molto caro: imparare a vivere con distacco i beni del mondo. E del resto, a pensarci bene, l’ultimo grande viaggio è proprio il trasloco della vita. E se ancora non si hanno particolari sull’imminente trasloco di Papa Leone XIV, c’è da scommettere che anche lui onorerà la sobrietà del suo predecessore.  

The Movings by Louis Léopold Boilly


Sopravvivere tra gli scatoloni

Un trasloco non significa solo fare e disfare scatoloni. È uno stato fisico e mentale, è ciò che alcuni definirebbero un’esperienza “olistica”: il trasloco riesce in effetti a devastare il corpo e l’anima, in perfetta e beffarda sintesi aristotelica. Lo stress sfiora livelli esasperati, l’equilibrio familiare si spinge ben oltre il rischio: la scritta “fragile” sulle scatole non si riferisce solo al contenuto, ma anche al proprietario! È come rivedere migliaia di film velocemente, intensamente.

Il rovescio della medaglia è che quando si trasloca, si impara anche a buttare, a fare spazio, a mettere di lato, a scegliere. Si impara a dare valore agli aggetti, a toglierne, a rivalutare. Si impara a classificare i ricordi, categorizzarli. Si impara che anche le cose, come le persone, sono compagni di viaggio. Perché tutto finisce dentro una scatola, così come la valigia finisce nel vano di un aereo. 

Il libro


Tutto questo  e anche qualche utile consiglio pratico per organizzare al meglio un trasloco lo trovate nel libro L’arte di traslocare (Giraldi editore). La guida risponde alle domande che tutti ci poniamo in fase di cambiamento, da dove mettere i libri o i bicchieri di cristallo a come fare gli scatoloni, fino a come trovare una ditta affidabile. Un libro da consultare prima di ogni decisione che porti a un cambiamento abitativo, ma anche solo da leggere per scoprire curiosità. C’è persino un test, “di che trasloco sei?”, per capire il nostro profilo psicologico e un’appendice di barzellette per “sdrammatizzare”.

* Marina Moioli è cresciuta con un papà e uno zio traslocatori, sempre a contatto con quel mondo fatto di scatole, scatoloni, mobili da smontare e camion da riempire, tanto da innamorarsene e studiarne il fenomeno.



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