Io sono Drago, il libro che racconta un’amicizia oltre le parole

Il nuovo libro di Rossella Montemurro – Io sono Drago – racconta il legame autentico tra Giuseppe Colapinto e il suo cavallo Drago. Una storia di fiducia e libertà.

Sguardi che si intrecciano, anime che si riconoscono. Nel libro «Io sono Drago. Giuseppe Colapinto: the Arabian Dream (Zoraide Editore)», Rossella Montemurro — giornalista e autrice da sempre attenta a dare voce a storie di emozione e rinascita — racconta la vita straordinaria del giovane Giuseppe Colapinto (neanche trent’anni), addestratore di cavalli, muler trainer e artista dell’intesa silenziosa (responsabile del Centro Equestre Dg Arabian Stable di Gioia del Colle, Bari).
Non una semplice biografia, ma un viaggio nell’anima di chi ha scelto di vivere con e per i cavalli, rispettandone la libertà e ascoltandone il linguaggio invisibile.
Al centro di tutto, Drago: un cavallo arabo che non ha mai conosciuto briglie né costrizioni, ma solo il richiamo irresistibile della fiducia. Pagina dopo pagina, Montemurro intreccia la crescita personale e professionale di Colapinto in una narrazione capace di emozionare, stupire e ispirare.
«Io sono Drago» è un invito a credere nella magia dell’incontro autentico — tra uomo e animale, ma anche tra anime affini. Con la sensibilità che attraversa tutta la sua produzione letteraria, Rossella Montemurro ci conduce in un mondo fatto di fiducia, di ascolto, di sguardi che sanno raccontare più di mille parole.

Abbiamo chiacchierato con l’autrice – dirige la testata giornalistica on line TuttoH24 – per scoprire il cuore di questa storia, il cammino che l’ha portata a raccontarla e le emozioni che ne sono scaturite.

La storia

Rossella, com’è nato il desiderio di raccontare la storia di Giuseppe Colapinto?

«Ho assistito al modo in cui Giuseppe si relaziona con i cavalli in libertà e mi sono resa conto della loro incredibile sintonia. Parlando con lui ho scoperto un ragazzo fuori dagli schemi, che ha avuto il coraggio di fare una scelta radicale, rinunciando a una vita comoda per seguire qualcosa di molto più profondo. Come ho scritto nel libro, è un ragazzo con l’energia dei suoi neanche trent’anni e la saggezza di una persona matura. Non ha problemi a definirsi testardo come un mulo, ed è proprio nell’ostinazione il segreto che gli ha permesso di raggiungere i suoi sogni.

Giuseppe desiderava far conoscere la sua storia e, in particolare, voleva ripercorrere il rapporto unico con Drago, il suo primo cavallo arabo con il quale è cresciuto umanamente e professionalmente».

Qual è stato il momento più emozionante che ha vissuto scrivendo “Io sono Drago”?

«Sicuramente le descrizioni dei “primi approcci” tra Drago, cavallo quasi sdomo, e un Giuseppe quindicenne che aveva sì coronato il sogno di avere un cavallo tutto suo ma non aveva messo in conto che l’inesperienza sarebbe stata un ostacolo non indifferente. Dopo centinaia di cadute, lacrime e rabbia, hanno trovato un equilibrio in un legame impossibile da sciogliere. Un altro passaggio che mi ha colpita riguarda l’ansia, la pressione emotiva, la sensazione di paura che possono sopraggiungere prima di uno spettacolo o durante l’addestramento. Giuseppe spiega come non sia semplice gestire queste emozioni, che però sono fondamentali per evitare che l’eccessiva sicurezza in se stessi porti ad avere incidenti».

Il rapporto tra uomo e cavalli

In che modo il rapporto tra uomo e cavallo raccontato nel libro può essere una metafora anche per i rapporti umani?

«Fermo restando che nel rapporto tra uomo e cavallo c’è una “sincerità” di fondo che spesso non troviamo nei rapporti umani, sicuramente è una relazione che libera da tanti pregiudizi, preconcetti e permette di affrancarsi da condizionamenti. Permette allo stesso tempo di riappropriarsi di quei valori che oggi tendiamo a tralasciare. Il tempo, ad esempio: in un contesto in cui si corre, sempre e dappertutto, concedersi una pausa è come concedersi un lusso. Ed è paradossale».

Giuseppe, come scrive, ha affermato più volte di riuscire a comprendere lo stato d’animo dei cavalli. Quali sono gli altri aspetti di lui che l’hanno colpita di più, al di là del suo talento equestre?

«La maturità, il suo essere un ragazzo con la testa sulle spalle, che ha dei valori ed è molto ostinato. In una società in cui siamo abituati ad avere tutto e subito, è facile scoraggiarsi dopo i primi “no”. Giuseppe, invece, non si è mai dato per vinto».

Storie che custodiscono emozioni

Sfogliando la sua produzione letteraria si coglie una costante: la scelta di raccontare storie che custodiscono emozioni profonde, dolori, rinascite. Cosa la guida nella scelta delle storie da raccontare? È più un istinto, un’urgenza emotiva o una sorta di riconoscimento silenzioso tra anime affini?

«Probabilmente tutte e tre le cose. È un istinto perché, a pelle, mi innamoro delle storie che poi scrivo e, se non fosse così non riuscirei mai a dar loro forma. Diventa un’urgenza emotiva nel momento in cui le intercetto e, quindi, devo portare avanti il progetto editoriale e, fin quando non l’ho concluso, non riesco a dedicarmi ad altro con la stessa concentrazione. Ovviamente, è anche una questione di affinità, considerando che bisogna instaurare un rapporto basato sulla fiducia e sulla stima reciproche, in caso contrario le persone non riuscirebbero ad aprirsi, a raccontarsi. Non le nego di essere stata contattata per la stesura di alcune biografie che però non sentivo nelle mie corde, per una serie di motivi, e ho preferito rinunciare».

Scrivere biografie così intense significa anche immergersi nelle emozioni dell’altro: quali sono le sfide più grandi per lei come autrice?

«È vero: per il periodo della stesura della biografia vivo “immersa” nella vita dell’altra persona, condividendo anche ciò che di giorno in giorno accade. Non riesco quasi mai ad avere probabilmente una giusta distanza perché si crea un legame stretto che va oltre il lato puramente professionale. Quando si scrive un articolo, per quanto l’argomento possa essere emotivamente forte, anche il tempo trascorso con l’intervistato è comunque limitato. Per una biografia è diverso. Per me è importante anche cercare di andare oltre le parole, ma solo perché ho bisogno, io per prima, di capire chi ho di fronte».

Un incontro di cuori

Nel libro Io sono Drago emerge anche l’incontro tra Giuseppe e Dominique, un incontro di cuori ma anche di passioni condivise. Scrivi che “Dominique è l’angelo custode di Giuseppe”. Quanto conta, secondo lei, trovare qualcuno che sappia camminare al nostro fianco, non solo nella vita, ma anche nei sogni?

«È fondamentale, altrimenti non avremmo la libertà e la serenità di coronarli, i nostri sogni. Tutti, a prescindere da un’eventuale passione in comune, dovremmo avere accanto qualcuno pronto a incoraggiarci quando vogliamo osare e disposto a consolarci quando c’è una battuta d’arresto. È quello che fa Dominique, sempre presente con discrezione. Per Giuseppe, è la sua coscienza: è la persona che lo frena quando si lancia in imprese troppo spericolate, è la sua ombra durante gli spettacoli, è il suo “braccio destro” nella gestione del Centro Equestre ed è soprattutto, mamma del loro piccolo Mattia».

Il messaggio

C’è un messaggio particolare che le piacerebbe arrivasse a chi legge questo libro, anche a chi magari non conosce il mondo equestre?

«Così come ripete Giuseppe, l’equitazione è un ottimo antidoto alla perdita di valori che si registra ultimamente, ai sacrifici evitati, alle cose ottenute subito senza un minimo sforzo.

L’equitazione è contraddistinta dalla disciplina e il cavallo è un maestro: per ragazzi ribelli, per adolescenti molto timidi, per persone adulte e anziane che grazie a questo splendido animale scoprono un mondo e acquisiscono strumenti per approcciarsi in modo diverso alla vita».

C’è una lezione che ha imparato dai cavalli – e da Drago in particolare – durante la stesura di questo libro?

«L’importanza dell’autenticità, declinata nei vari contesti. E poi la pazienza, la perseveranza e la capacità di adattarsi, che spesso manca. Sappiamo bene che è più semplice resistere ai cambiamenti che assecondarli, ma uscire dalla nostra comfort zone può regalarci splendide sorprese».

La città di Matera e la Basilicata

Vive a Matera, una città che è essa stessa racconto di pietra, di storia, di luce. Quanto il legame con un territorio così unico ha influenzato la sua sensibilità e il suo modo di raccontare?

«Matera ha un fascino ancestrale ed è, a mio avviso, una città piena di contrasti: pensiamo al “pieno e vuoto” dei Sassi (il tufo, le grotte, le cisterne, gli spazi sotterranei); o al fatto che da “vergogna nazionale” sia diventata Patrimonio Unesco e Capitale Europea della Cultura 2019; ancora, negli antichi rioni, anni fa sfollati, oggi ci sono hotel a 5 stelle e abitazioni mozzafiato. Vivere in un contesto simile è un privilegio».

Quale zona della Basilicata consiglierebbe a chi cerca un viaggio autentico, lontano dai percorsi più battuti?

«Rimanendo in tema, a quanti amano la natura consiglierei di visitare l’hinterland di Matera, ricco di aziende agrituristiche. Alcune non hanno nulla da invidiare a quelle di altre zone italiane rinomate nel settore. Tranquillità e buon cibo sono un toccasana per rigenerarsi, anche soltanto pochi giorni».

L’autrice, il viaggio e a cena con…

Cosa non manca mai nella sua valigia?

«Da amante della lettura sono consapevole che è banale dirlo: il Kindle. Porterei volentieri i libri, se non fosse per il peso e per lo spazio! Dai viaggi brevi a quelli di diverse ore, il Kindle con le ultime novità letterarie è indispensabile».


Lei recensisce molti libri, se potesse partire con una scrittrice o uno scrittore con chi partirebbe e perché?

«Sarebbero davvero tanti le scrittrici e gli scrittori che vorrei accanto… Anni fa ho letto Fato e furia di Lauren Groff. A volte mi torna in mente qualche “spezzone” della trama, che è emotivamente forte e ha uno stile molto ricercato. Ecco, se avessi la possibilità di partire con la Groff cercherei di carpire qualche segreto perché la mia è un’impostazione giornalistica. Mi piacerebbe lasciarmi un po’ andare e misurarmi anche con un romanzo: sono consapevole dei miei limiti, e so che non è ancora il momento».

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