Il mondo e la tenerezza di Walter Rosenblum

L’invito a scoprire il grande fotografo americano in una piccola ma imperdibile mostra fotografica al CMC di Milano. Per un lungo viaggio attraverso 110 immagini. Da New York alla Normandia, da Haiti al Quebec
Indice dell'articolo
- 1 L’invito a scoprire il grande fotografo americano in una piccola ma imperdibile mostra fotografica al CMC di Milano. Per un lungo viaggio attraverso 110 immagini. Da New York alla Normandia, da Haiti al Quebec
- 2 La mostra
- 3 Un maestro della fotografia
- 4 Le prime lezioni
- 5 Il mondo di Pitt Street
- 6 Un equilibrio che è racconto
- 7 Dal D-Day a Dachau
- 8 La fotografia era un modo diretto di parlare con la gente
- 9 Viaggiando con occhi nuovi
- 10 Sempre l’attenzione agli altri
- 11 Sette sezioni e due film
- 12 Informazioni
«Nella mia filosofia il senso della vita deriva dalle persone che si sono conosciute e amate, che hanno reso la vita inesauribile nella sua ricchezza. Ho incontrato la mia parte di persone malvagie e so di cosa sono capaci – ero alla liberazione di Dachau – ma ho sempre sostenuto che il male non è inerente agli uomini e alle donne. Credo ancora che in una società premurosa solo le persone migliori prospereranno. Questo è lo spirito che mi ha spinto a fotografare».
La mostra
Basterebbe questa frase, riprodotta all’ingresso della mostra “Il mondo e la tenerezza” in corso fino al 19 febbraio al Centro Culturale di Milano in Largo Corsia dei Servi 4 (MM1 eMM4 San Babila) per convincere un’amica appassionata di fotografia e fare una gita a Milano e andare insieme a scoprire chi era Walter Rosenblum (New York City, 1919-2006).
Figura cardine della fotografia del XX secolo, in Italia è stranamente poco noto rispetto ad altri grandi nomi suoi contemporanei. Il merito di questa mostra sta proprio nell’aprire uno squarcio sul mondo grazie alla capacità di Rosenblum di “osservare” per cercare di comprendere le storie umane e celebrare i sentimenti che le accompagnano. In totale ci sono 110 fotografie vintage dell’autore insieme a rare documentazioni d’epoca,

Un maestro della fotografia
Curata da Roberto Mutti e prodotta da SUAZES, con il Patrocinio del Comune di Milano, la mostra del CMC raccoglie opere scattate tra il 1938 e il 1990, la maggior parte delle quali esposte per la prima volta in Italia. Un’opportunità senza precedenti per conoscere il lavoro di questo straordinario autore, uno dei più importanti fotografi americani del secolo scorso.
«Chissà a cosa stava pensando quella ragazzina dall’abito bianco che sospingeva con forza la sua altalena come volesse spiccare il volo», scrive Roberto Mutti per commentare uno dei primi scatti di Walter Rosenblum.
Le prime lezioni
«Un frammento di realtà imprigionato nel tempo e nello spazio – siamo nel 1938 a New York – che la sua fotocamera consegna a una dimensione assoluta. Per ottenerla, quel ragazzino curioso di 17 anni, ha imparato le sue prime lezioni di vita nella sede della Photo League, la cooperativa di fotografi in cui era entrato l’anno prima pagando i 5 dollari di iscrizione. In un solo anno il ragazzo che aveva cominciato a scattare con una macchina presa in prestito dalla sorella, non solo aveva capito quale sarebbe stato il suo futuro lavoro ma aveva anche messo in atto la più importante delle lezioni ricevute, quella legata alla composizione».

Il mondo di Pitt Street
Gli avevano insegnato che solo lo studio dell’equilibrio fra i volumi permetteva a una fotografia di raccontare una storia stabilendo con chi la osserva un rapporto emozionale. Invece il mondo dei ceti meno abbienti, soggetto costante degli autori della Photo League convinti di poter contribuire a riscattarlo, Walter non doveva impararlo perché era già il suo. Se l’obiettivo era quello di esprimere autenticità, non c’era di meglio che raccontare il quartiere in cui viveva, il Lower East Side (lo stesso in cui nel 1984 Sergio Leone avrebbe ambientato “C’era una volta in America”) puntando l’obiettivo sulla sola Pitt Street.
Quel microcosmo diventava così la metafora della vita e non solo perché, come diceva lui «Non pensavo che la vita fosse diversa», ma soprattutto perché gli permetteva di raggiungere un altro importante obiettivo, quello di cercare l’umanità nella quotidianità.
Un equilibrio che è racconto
Sottolinea ancora il curatore Roberto Mutti: «Ogni immagine in mostra al Centro Culturale di Milano ha un’ossatura, un ritmo interno, un equilibrio che la rende racconto. È proprio questo che si riconosce in ogni fotografia di Rosenblum. Ad esempio l’immagine del ragazzo sul tetto col braccio appoggiato al parapetto (Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938), narra esattamente ciò che Rosenblum stesso ricordava, quando da ragazzini si cercava solitudine, si saliva sui tetti da soli o con gli amici. In tutte queste fotografie c’è un filo che le unisce, gli sguardi.
Aspetto che delinea la capacità del fotografo di vedere gli altri, ma anche della consapevolezza che, davanti a certe immagini, gli sguardi diventano tre: quello di chi scatta, quello di chi è ritratto e il nostro, che entriamo in quelle fotografie come se ne fossimo parte. È magia rara, ma che diviene naturale quando a tenere la macchina fotografica tra le mani sono personalità come quella di Walter Rosenblum. Le sue foto possono apparire semplici, ma non lo sono affatto, perché quella che a noi appare semplice è una semplicità conquistata nella composizione e nella capacità dell’autore di avvicinarsi alle persone che decideva di ritrarre».

Dal D-Day a Dachau
Come suggerisce il titolo della mostra “Il mondo e la tenerezza”, si intrecciano due dimensioni spesso considerate distanti: da un lato “il mondo”, con le sue tensioni sociali, urbane e umane, dall’altro “la tenerezza”, ovvero uno sguardo empatico e intimo che attraversa anche le realtà più dure. Rosenblum era sulla spiaggia Omaha Beach in Normandia la mattina del D-Day. La passione per la fotografia lo aveva portato a servire come fotoreporter nell’esercito americano. Si unì al battaglione anticarro che attraversò Francia, Germania e Austria, realizzando le prime riprese cinematografiche del campo di concentramento di Dachau. Uno dei fotografi della Seconda Guerra Mondiale più decorati, ha ricevuto la Silver Star, la Bronze Star, cinque Battle Stars, un Purple Heart e una Presidential Unit Citation. Il Centro Simon Weisenthal lo ha onorato come liberatore di Dachau.
La fotografia era un modo diretto di parlare con la gente
Scrive ancora il curatore della mostra: «Questa capacità di leggere in profondità l’essere umano non abbandona Rosenblum nemmeno quando incontra la guerra. L’immagine che ritrae l’uomo sulla spiaggia che soccorre un altro uomo (Omaha Beach Rescue, D-Day-+1, NORMANDY, 1944), fa vedere che quel soldato non è solo un soldato, ma un essere umano che cerca di resistere al male aiutando un altro uomo. È la speranza verso la vita che sopravvive nell’uomo anche quando altri uomini sembrano cercare la distruzione, il male. Per Walter Rosenblum la fotografia era un modo diretto di parlare con la gente. E a distanza di tanti anni, queste immagini sono ancora in grado di parlano a chi le osserva. Dono che appartiene solo ai grandi».
Viaggiando con occhi nuovi
«L’eredità visiva di Rosenblum rappresenta un viaggio straordinario attraverso la luce. Il suo lavoro non si limita ad essere una testimonianza del passato, ma continua a essere una fonte di ispirazione, che invita a vedere il mondo con occhi nuovi e a cogliere la luce nelle situazioni più oscure», scrive Angelo Maggi (professore di Storia dell’Architettura e Storia della Fotografia all’Università di Venezia) nel bellissimo catalogo dedicato al fotografo americano.

Sempre l’attenzione agli altri
In ogni servizio, in ogni reportage, in ogni singola fotografia che Walter Rosenblum avrebbe scattato per tutta la sua lunga vita l’attenzione agli altri non venne mai meno. Solo chi aveva conosciuto la povertà poteva riprendere con tutta la pietas necessaria i profughi spagnoli della guerra civile abbandonati al loro destino così come la miseria degli abitanti di Haiti. Solo chi aveva vissuto in Lower East Side poteva riconoscere la vitalità con cui nel Bronx come ad Harlem si sapeva reagire alle difficoltà della vita. Persino in una vacanza nella penisola di Gaspé, in Canada, Rosenblum documentò la comunità rurale catturando la bellezza del paesaggio e la semplicità della vita quotidiana in un luogo ancora isolato dalle influenze della vita moderna. Campi, barche da pesca, strade sterrate e abitazioni modeste diventano il palcoscenico per storie di fatica, tradizioni e comunità.
Sette sezioni e due film
Il percorso espositivo della mostra si articola in sette principali temi attraversati dalla carriera fotografica di Rosenblum, che ha documentato alcuni degli eventi più significativi del ventesimo secolo con sguardo precursore: l’esperienza degli immigrati in America nella Lower East Side di New York, la Seconda Guerra Mondiale, i rifugiati della guerra civile spagnola in Francia, la vita quotidiana a East Harlem, Haiti, in Europa, le generazioni del South Bronx.

Ma un valore aggiunto dell’esposizione è sicuramente anche la possibilità di vedere i film “In Search of Pitt Street” e “The fight with cameras” (proiettato ogni giovedì alle 18 con la mostra aperta fino alle 20.30) realizzati dalla figlia Nina Rosenblum, regista affermata nel panorama del cinema indipendente. Che il 14 febbraio al New York Encounter interverrà su “Walter Rosenblum, places of belonging”. Luoghi di appartenenza che dimostrano una volta in più la celebre metafora: “Fotografare è pregare per immagini”.
Informazioni
Il mondo e la tenerezza
WALTER ROSENBLUM
Master of Photography
Mostra a cura di Roberto Mutti
Centro Culturale di Milano
Largo Corsia dei Servi 4
Fino al 19 febbraio 2026
Orari di apertura
Da martedì a venerdì 10.00 -13.00; 14.30-18.30
Sabato e domenica 15.00 – 19.00
Biglietto di ingresso
€ 10; ridotto 7 € (scolaresche, studenti, tessera Amici CMC, over 65)
Informazioni:
Tel 02 86455162 | www.centroculturaledimilano.it
* In cover, Walter Rosenblum, Block Party, Woman in Black Dress, 1940. Crediti per tutte le foto: Heirs Walter Rosenblum

Ho cominciato quello che una volta chiamavano il “mestieraccio” alle elementari (la mia prima ricerca – quando si dice il destino – era dedicata ai giornali). A vent’anni ho diretto il periodico “Nonostante” dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Ai tempi dell’Università (conservo gelosamente un’inutile laurea in Lingua e letteratura russa nel cassetto) battevo i marciapiedi per trovare storie da scrivere su “Il Giornale” fondato e diretto da Indro Montanelli. Sono diventata giornalista professionista nel 1983 e da allora ho lavorato in una lunga serie di settimanali e mensili, scrivendo di cronaca, economia, turismo, enogastronomia, problemi sociali e persino di gossip (mi manca solo lo sport!). Gli amici mi considerano una “milanologa” perché ho scritto tre guide sulla mia città. L’ultimo libro, di cui vado particolarmente fiera, s’intitola “L’arte di traslocare”.

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