Souvenir, impossibile farne a meno

Dalle calamite per il frigo ai prodotti golosi, dagli apribottiglie alle boule à neige: storia, curiosità e piccoli segreti degli oggetti che mettiamo in valigia per non lasciare i ricordi in vacanza

«Comprate sempre tanti souvenir da posti lontani, anche se dovete ordinarli per posta. Darete l’impressione di essere delle viaggiatrici sempre in giro per il mondo e con poco tempo per fare le pulizie». Così scriveva, nel 1966, Phyllis Diller nel suo “I consigli per la brava casalinga”. Perché i “souvenir” continuano ad avere un ruolo importante nelle vacanze. Piccoli oggetti dal valore incerto, a volte kitsch, a volte poetici, che compriamo nei mercatini, negli aeroporti, nei musei, sulle bancarelle in riva al mare e infiliamo in valigia senza pensarci troppo. Cose sulle quali però ci soffermiamo mesi dopo – quando li ritroviamo su una mensola del salotto, attaccati al frigorifero, appesi allo specchietto della macchina – a volere trattenere un pezzo di mondo e di tempo.

La parola dal francese

La parola deriva dal francese “se souvenir”, ovvero il verbo ricordare, che a sua volta viene dal latino “subvenire”, venire in aiuto. Insomma qualcosa che ci serve, ci salva. Perché tendiamo a dimenticare e quindi ogni piccola cosa diventa un pezzo di vita incollato alla memoria, come se dicessimo a noi stessi: «Lì ci sono stato, ed ecco la prova». Ne parla Rolf Potts in Souvenir. Una storia culturale (il Saggiatore).

Nel suo libro, lo scrittore e reporter di viaggi, spiega come “questi ricordini” – diversi tra loro per dimensioni e materiali – attivino la nostalgia, si carichino simbolicamente di un valore emotivo, e allo stesso tempo definiscono il nostro rapporto con loro: sono identitari, raccontano qualcosa di noi. Di una vacanza, una gita fuori porta, una luna di miele, ma anche di un gusto estetico, delle persone che siamo, del valore che diamo alle esperienze che viviamo. In esergo il libro si apre con una citazione di Barbara Grizzuti Harrison: «Collezionare è sopravvivere: la nostra sopravvivenza, infatti, dipende almeno in parte dalla nostra capacità di classificare, codificare, catalogare. Ogni oggetto che collezioniamo è un memento mori».

Quando nasce questa pratica

Ma quando nasce questa pratica di accumulare? Secondo Potts, i souvenir hanno origini sacre. Nascono nel Medioevo, dai pellegrinaggi in Terra Santa, quando si riportavano a casa conchiglie di Santiago o pezzetti di terra santa come reliquie spirituali. Le “signaculae” medievali avevano invece un valore più religioso: erano piccole medaglie o simboli dei santuari che i pellegrini avevano raggiunto, come la famosa conchiglia che a Santiago de Compostela veniva cucita sul mantello dei viaggiatori. Nell’antico Egitto i viaggiatori che visitavano grandi centri religiosi come Tebe o Menfi presero l’abitudine di acquistare piccole e preziose statuette a forma di scarabeo, simbolo di rinascita e protezione.

Durante il Grand Tour

Questa tendenza di comprare qualcosa nel luogo che visitiamo trova poi terreno fertile con l’aristocrazia colta e curiosa del Grand Tour, tra Seicento e Ottocento. Giovani rampolli dell’élite europea venivano spediti in Italia per un viaggio di formazione culturale e tornavano portando con loro una testimonianza della loro esperienza: disegni, dipinti e incisioni, porcellane, bronzi, piccole sculture in bronzo, marmo, alabastro, orologi da tasca.

E se è impossibile stabilire l’inventore del souvenir, chi ha inventato l’industria del fenomeno è noto: si tratta di Giovanni Volpato, un incisore e ceramista del XVIII secolo che nel 1769 aprì la sua bottega a Roma. Cominciò a realizzare delle statuine denominate biscuit (per via della particolare porcellana con cui erano fatte), raffiguranti divinità, eroi e soggetti mitologici come l’Ercole Farnese, l’Apollo del Belvedere, il Satiro Ubriaco. Furono un successo immediato: leggere, belle, trasportabili, raccontavano la magnificenza dell’antico. Tra i suoi clienti, persino re Gustavo III di Svezia, che nel settembre del 1783 acquistò ben dodici statue antiche, tra cui un Apollo circondato dalle nove Muse. L’imperatrice Caterina II di Russia, per la sua reggia di San Pietroburgo scelse una straordinaria serie di ventisei tavole che rappresentavano le Logge vaticane di Raffaello, incise e colorate ad acquerello da un team guidato da Volpato.

Una memoria di emozioni

Con l’industrializzazione e l’esplosione del turismo borghese, il regalino-ricordo cambia volto. Diventa più piccolo e accessibile. Sempre di più un dono da portare a chi non è partito, come testimonianza concreta che non ci si è dimenticati di chi non ha partecipato al viaggio. Così nonostante i social facciano condividere tutto in tempo reale e amici e familiari possono essere immediatamente messi al corrente di ogni cosa che succede durante le vacanze – tramite gli aggiornamenti dello status di Whatsapp, i post di Facebook, le fotografie postate su Instagram – il suo potere resta intatto.

Stando a uno studio dell’Università di Liverpool, i souvenir – in particolare i magneti da frigo – attiverebbero aree della memoria autobiografica con una forza sorprendente. Ogni volta che apriamo il frigo, apriamo anche un ricordo. Ci riportano in un luogo, ma soprattutto in quel momento in cui eravamo felici, stanchi, innamorati, abbronzati. È una memoria fatta di emozione che trattiene il passato e lo proietta nel futuro. In un’epoca che ci spinge a eliminare, a fare ordine, queste cose resistono e non si buttano, quasi fossero piccole ancore sentimentali.

Cosa si sceglie di più

Ma che cosa si sceglie di più? I classici non tramontano mai: appunto calamite, ma anche tazze con il nome della città, cartoline, ventagli, amuleti, miniature di monumenti. Poi ci sono quelli religiosi, dai rosari ai crocifissi, e quelli ironici, come le magliette con scritte curiose. Ci sono quelli da spiaggia (tipo conchiglie incollate su portagioie di legno), e quelli utili come gli apribottiglie o fiammiferi. Non mancano quelli gratuiti, “prelevati con leggerezza” dagli hotel: saponette, sali da bagno, ciabattine. Negli ultimi anni, però, è emersa una nuova tendenza: quella dei pensierini gastronomici. Forse perché la memoria più forte è quella che passa dal gusto.

Secondo una ricerca di Booking.com, il 62% degli italiani sceglierebbe souvenir gastronomici o accessori da cucina come ricordo del proprio viaggio. Sempre più persone portano a casa bottiglie d’olio, vasetti di marmellata locale, spezie profumate, salumi, cioccolati, formaggi sottovuoto, un liquore tipico. A Lisbona, ad esempio, sono molto apprezzate le lattine vintage di sardine, personalizzate con l’anno di nascita. A Istanbul, un vero paradiso sensoriale, è il Bazar delle Spezie, o “Mısır Çarşısı”, che si trova nel cuore storico e gastronomico della città. Costruito nel 1660 e famoso per le sue montagne di spezie dai colori vivaci, profumi intensi e dolci invitanti, il mercato attira i viaggiatori tra file di frutta secca, noci, tè e ceramiche finemente lavorate.

Il souvenir più popolare

Infine, tra i souvenir più popolari al mondo c’è la boule à neige – la celebre sfera innevata – ma poche sanno che è nata a Vienna, quasi per caso, alla fine dell’Ottocento. L’inventore fu Erwin Perzy, artigiano specializzato in strumenti chirurgici, che cercava un modo per illuminare meglio le sale operatorie. Sperimentando con sfere d’acqua e frammenti riflettenti, ottenne un effetto simile a piccoli fiocchi di neve. Per gioco inserì una miniatura del santuario di Mariazell: così nacque il primo esemplare. Il successo fu immediato e conquistò l’Europa.

A portarla in America furono i soldati statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale, suggerendo di inserire miniature natalizie. Oggi è prodotta anche in plastica e con soggetti di ogni tipo: monumenti, santi, cartoni animati. Ma a Vienna, al civico 87 di Schumanngasse, la Manifattura Originale Viennese continua a realizzarle a mano, con la stessa magia di allora. Accanto alla bottega, un museo (schneekugel.at/museum) racconta la storia di questo miracolo in miniatura, dove la neve cade sempre, anche d’estate.

*Tutte le foto sono di Isa Grassano

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