Gratitudine come bussola: orientarsi nei momenti di cambiamento

Indice dell'articolo
- 1 Quando tutto cambia, dove guardare?
- 2 La scienza lo conferma: la gratitudine è un’ancora emotiva
- 3 La gratitudine è una scelta
- 4 Fermarsi a sentire: domande che illuminano il cammino
- 5 Un esercizio per tornare a casa, anche nei giorni incerti
- 6 Il libro
- 7 Esercizio da fare insieme
- 8 E ora riflettiamo
- 9 Un principio potente
- 10 Gratitudine non è negare la fatica. È darle un nuovo significato
- 11 Transizione come trasformazione
- 12 Una bussola personale
Ci sono stagioni della vita in cui tutto sembra vacillare. Cambiamenti imprevisti, decisioni difficili, transizioni interiori o esteriori che ci mettono alla prova. In questi momenti, possiamo sentirci smarrite, disorientate, scollegate da noi stesse. Ma esiste uno strumento semplice, accessibile e trasformativo che può aiutarci a ritrovare il centro.
È la gratitudine. Non una semplice pratica di buone maniere ma un percorso interiore spirituale che ci riporta in equilibrio e ci fa ritrovare l’armonia perduta.
Quando tutto cambia, dove guardare?
I cambiamenti ci chiedono di lasciare andare ciò che conoscevamo, spesso senza sapere ancora cosa ci aspetta. È naturale sentirsi sopraffatte. Ma è proprio qui che la gratitudine si rivela un’alleata potente: non ci chiede di negare la difficoltà, bensì di riconoscere ciò che resta, ciò che nutre, ciò che, nonostante tutto, è ancora vivo e presente. È così che viene a crearsi un terreno fertile per accogliere quello che sta arrivando per noi.

Negli anni ho osservato, nella mia esperienza personale e professionale, che la gratitudine non è un pensiero positivo di circostanza. È una pratica di orientamento interiore. Quando la vita cambia rotta, possiamo scegliere se restare bloccate nella paura o affidarci a ciò che, anche se piccolo, ci dà forza. E molto spesso, quel piccolo seme è proprio un gesto di gratitudine. Una scelta che onora il percorso fatto e le conquiste ottenute.
Ovunque ci troviamo in questo momento meritiamo di dirci grazie perché abbiamo affrontato un viaggio nella vita fatto di esperienze significative.
La scienza lo conferma: la gratitudine è un’ancora emotiva
Uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology mostra che coltivare la gratitudine con costanza porta a una maggiore resilienza nei periodi difficili. Le persone grate tendono a essere più ottimiste, a sentirsi meno sole e più connesse agli altri: tre elementi fondamentali nei momenti di transizione. (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/12585811/)
Il Greater Good Science Center dell’Università di Berkeley lo conferma: la gratitudine attiva aree cerebrali legate all’empatia e alla regolazione emotiva, riducendo lo stress e promuovendo una maggiore chiarezza mentale. È come se, quando ci sentiamo travolte, la gratitudine ci aiutasse a salire su una piccola barca sicura nel mezzo della tempesta. (https://greatergood.berkeley.edu/article/item/how_gratitude_changes_you_and_your_brain
La gratitudine è una scelta

Come scrive Robert Emmons, uno dei maggiori studiosi internazionali sul tema:
“La gratitudine è una scelta. Non è solo un’emozione che ci accade: è una decisione che prendiamo, a prescindere dalle circostanze.”
Fermarsi a sentire: domande che illuminano il cammino
Durante i cambiamenti, il rischio più grande è allontanarsi da sé. Ecco allora alcune domande semplici ma profonde che possono aiutarci a restare presenti, anche nei passaggi più incerti:
- Cosa, oggi, mi ha fatto sentire viva?
- A chi (o a cosa) sono grata, proprio in questo momento?
- Qual è un piccolo dettaglio che mi ha fatto sentire a casa, anche solo per un istante?
- Cosa sto imparando da questo cambiamento, che magari non avevo previsto?
Queste domande ci riportano a uno spazio intimo più stabile. Dove possiamo tornare ad ascoltarci.
Un esercizio per tornare a casa, anche nei giorni incerti
Nei momenti di passaggio, quando le certezze sembrano sfumare e il futuro non ha ancora una forma definita, il rischio è quello di perdersi nei pensieri: tutto ciò che manca, tutto ciò che non abbiamo ancora raggiunto, tutto ciò che temiamo di perdere. È umano. Ma c’è un gesto semplice che può aiutarci a ritrovare l’equilibrio: orientare lo sguardo altrove, verso ciò che abbiamo. Non per negare la difficoltà, ma per attraversarla con più presenza.
Il libro
Nel mio libro “Dire Fare Ringraziare” (https://amzn.to/43wDXIo) propongo un esercizio che chiamo “Quello che ho. Quello che non ho.”
È una pratica esperienziale potente, che lavora sia sulla mente che sul corpo, aiutandoci a riconoscere come il nostro focus possa influenzare il nostro stato d’animo.

Esercizio da fare insieme
Proviamo a farlo insieme.
- Prendi carta e penna. Su un foglio bianco traccia due colonne: “Quello che ho” e “Quello che non ho”.
Nella prima colonna scrivi tutto ciò che oggi è parte della tua vita: relazioni, risorse, capacità, sentimenti, cose materiali. Può esserci scritto: “un’amica su cui contare”, “una casa che mi fa sentire al sicuro”, “la mia creatività”, “una camminata ogni giorno”, “la pazienza che sto coltivando”.
Nella seconda colonna scrivi ciò che manca o che hai perso: “un lavoro che mi appassioni”, “un figlio che non è arrivato”, “una relazione sana”, “la spensieratezza”, “più tempo per me”. Sii autentica e libera, senza censura. Questo foglio è solo per te. - Metti da parte il foglio. Letteralmente. Prenditi dieci minuti di pausa. Fai qualcosa che ti porti altrove: una tisana, una camminata, un brano che ami, una pagina di diario. Serve a spostare temporaneamente il centro del pensiero.
- Dopo questo breve intervallo, torna al foglio e rileggi solo la colonna “Quello che ho”.
Prenditi un momento per sentire, nel corpo, cosa ti provoca quell’elenco. Cosa cambia nel tuo respiro, nel battito del cuore, nello stomaco? Scrivilo sotto la colonna, anche con parole semplici: “Mi sento sollevata”, “Ho provato calore”, “Mi si è allentata la tensione”. - Ora passa alla colonna “Quello che non ho”. Fai lo stesso: leggi con attenzione, ascolta le emozioni che emergono, scrivile senza giudicarle. Rabbia, tristezza, invidia, nostalgia: tutto è lecito. Riconoscerle è già trasformarle.
E ora riflettiamo
- A questo punto, rifletti:
- Come ti sei sentita leggendo le due colonne?
- Che differenza hai notato nel corpo, nel tono emotivo, nella mente?
- Dove si è posato il tuo sguardo con maggiore intensità?
- Quale delle due liste ha attivato più energia, o più chiusura?
Un principio potente
Questo esercizio ci mostra un principio potente: ciò su cui ci concentriamo modella la nostra esperienza.
Come scrive nel suo saggio la professoressa Christina M. Karns dell’Università dell’Oregon, “la gratitudine modifica l’attività cerebrale nei circuiti della ricompensa e della connessione sociale, migliorando il benessere percepito anche in presenza di stress”. Scegliere consapevolmente dove posare lo sguardo è un atto di cura e autonomia emotiva.
Naturalmente, non si tratta di negare la mancanza o far finta che non esista. Ma di dare spazio a ciò che ci sostiene. Nei periodi di transizione, il rischio è focalizzarsi solo su ciò che vacilla. Questa pratica ci ricorda che possiamo scegliere anche di vedere ciò che ci radica.
Come scrivo in “Dire, Fare … Ringraziare”, “la gratitudine è la chiave che ci restituisce il senso di pienezza quando tutto ci sembra frammentato”.
Gratitudine non è negare la fatica. È darle un nuovo significato
Uno dei grandi equivoci sulla gratitudine è che ci spinga a fare finta che vada tutto bene. Ma non è così. Lo spiega bene la studiosa e autrice di best seller Brené Brown:
“Praticare gratitudine non significa ignorare le difficoltà. Significa accogliere tutto il ventaglio della nostra esperienza.”
Essere grate significa accogliere anche ciò che non capiamo ancora. Significa riconoscere che, nel bel mezzo del caos, ci sono anche dei punti fermi: un respiro profondo, un abbraccio, un caffè caldo condiviso in silenzio. Le cose semplici, ma vere.
Transizione come trasformazione
Nei viaggi, il momento più delicato non è la partenza né l’arrivo, ma il tratto in cui si cambia strada. È lì che spesso ci perdiamo. Ma è anche lì che possiamo trovarci, se restiamo aperte. La gratitudine ci aiuta proprio in questo.
Ecco alcune piccole indicazioni da da tenere a mente nei periodi di transizione:
- Non chiederti subito “cosa devo fare?” ma piuttosto “di cosa ho bisogno ora?”
- Non forzarti a essere positiva. Allenati invece a essere presente.
- Non cercare risposte perfette. Cerca presenze autentiche: parole che ti ispirano, libri che ti nutrono, relazioni che ti ricordano chi sei.
Una bussola personale
In ogni fase incerta della nostra vita, possiamo costruire una bussola personale. La gratitudine può essere la sua punta magnetica: non perché risolva ogni cosa, ma perché ci riporta ogni volta verso ciò che conta.
E allora, nel mezzo del cambiamento, prova a chiederti:
- Cosa voglio custodire di me?
- Cosa voglio onorare?
- Cosa o chi voglio ringraziare, anche oggi?
Le risposte non saranno sempre immediate. Ma la sola scelta di porre queste domande apre già uno spazio nuovo: uno spazio di ritorno, di radicamento, di verità.

“Voglio scrivere, leggere, viaggiare e raccontare storie”, così rispondevo agli adulti che mi chiedevano cosa volessi fare da grande. Avevo 6 anni. A 19 ho capito che quella professione era il giornalismo. E così tra un esame all’università e l’altro ho iniziato a collaborare con testate locali, tra cronaca e cultura. Poi sono arrivati il giornalismo turistico e l’attualità. Nel 2019 ho co-fondato il Constructive Network per la divulgazione del giornalismo costruttivo in Italia. Scrivo e mi occupo di formazione sulla comunicazione empatica. Ho fatto mia una regola: mai rinunciare al tempo per me e per le persone a cui voglio bene.

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