Valeria Ancione: «L’amore brucia, il viaggio ci cambia»

Dal nuovo romanzo L’amore brucia alla Sicilia, dal Serengeti in Tanzania al Cammino di Santiago: la giornalista e scrittrice racconta sentimenti, partenze, scrittura e quel bisogno irrinunciabile di avere sempre un libro con sé
Sul Cammino di Santiago le avevano dato un consiglio ragionevole: zaino leggero, ridotto all’essenziale e niente libri, “tanto non avrai né tempo né forza per leggere”. Valeria Ancione ci ha provato. La crisi d’astinenza è cominciata già in aereo. «Mancanza d’aria proprio», racconta. Salvezza digitale: un e-book scaricato sul telefono e il viaggio poteva finalmente cominciare.
Giornalista del Corriere dello Sport da oltre trent’anni, scrittrice, siciliana con il mare incorporato e romana d’adozione, Valeria ha fatto delle parole un mestiere e una necessità. Le usa per raccontare lo sport, soprattutto quello femminile, e per entrare nelle zone meno ordinate dei sentimenti.
Nel suo ultimo romanzo, L’amore brucia (Vallecchi), mette al centro Milo, Gilda e Flora e una relazione che interroga il desiderio, il “per sempre”, le attese, il coraggio di restare e quello di andare via.
Con lei siamo partite appunto dall’amore e siamo finite molto lontano: nello Stretto di Messina che continua a portarsi dentro, passando lungo le strade di Santiago e in un ipotetico viaggio tra Scozia, Irlanda e Bretagna, con birra e ostriche. Perché a volte basta fare una domanda sui sentimenti per ritrovarsi, senza quasi accorgersene, con una valigia in mano.
I sentimenti tra le pagine
«L’amore brucia, non si consuma ma ci consuma». È una frase che resta addosso. Quando hai iniziato a scrivere il tuo romanzo, volevi raccontare soprattutto una storia d’amore o il modo in cui certe relazioni finiscono per ridefinire chi siamo?
«Più che una storia d’amore volevo raccontare l’Amore, un certo amore, ineluttabile e nudo, né giusto né sbagliato, un amore folle che può succedere. È in questa follia che Milo e Flora si ridefiniscono, almeno finché riescono a vivere senza ruoli e quindi senza maschere».

Scrivi: «Non siamo stati capaci di tornare tele bianche per tentare un disegno con nuove sfumature». È davvero possibile, dopo una storia importante, ricominciare senza portarsi dietro il peso del passato oppure qualche colore resta sempre sulla tela?
«Si può, se lo si vuole in due. Non cancellarsi, ma disconoscersi, come dice Milo, per conoscersi un’altra volta. Beh, se qualche colore resiste, si sa, si mischia ad altri colori creando una magia di nuove tinte».
Il per sempre è una promessa
Nel romanzo affermi che «il per sempre è una promessa, si può non mantenerla». Viviamo ancora con il mito del “per sempre” o oggi siamo diventati più sinceri nell’accettare che anche un amore possa avere un tempo?
«Nella promessa risiede l’illusione e soprattutto la bugia. Ci promettiamo cose per il futuro, un tempo che non esiste e su cui non abbiamo nessun potere e nessuna certezza. Ovvio, anche l’amore è a tempo determinato, come la vita. Saperlo però, come lo sanno Milo e Flora, spinge a non darlo per scontato e ad alimentarlo come un fuoco per non farlo consumare».
Ho sorriso leggendo un’altra tua riflessione: «Le attese più di ogni altra cosa sono le crepe che non riusciamo ad aggiustare». Quanto rischiamo di restare fermi aspettando una persona, una risposta o una versione di noi che forse non arriverà mai?
«Le attese hanno a che fare con la presunzione di sapere cosa accadrà. Sono logoranti, anche perché rispondono a una propria immaginazione che magari non ha niente a che fare con il pensiero dell’altro. Io sto imparando ad affidarmi al “finché”: finché una cosa non accade, una spiegazione non c’è, un sogno non si realizza, una risposta non arriva e robe simili che non dipendono da me, non faccio ipotesi. Così non carico di emozioni l’attesa e l’attesa stessa perde di consistenza. Quindi “finché…” è un mantra e un buon respiro».
Lo scrivere e i gesti quotidiani
Milo racconta la sua storia attraverso le parole. A un certo punto scrivi che ci si innamora anche scrivendosi. In un’epoca di messaggi vocali, chat e relazioni digitali, le parole hanno ancora il potere di far nascere un amore o sono diventate troppo veloci per lasciare il segno?
«Per fortuna è sempre epoca di scrittura. Prima erano le lettere portate dal postino, ora i WhatsApp. Io amo le relazioni epistolari, qualsiasi relazione, non solo amorosa».
Mi ha colpito, tra le pagine, una scena apparentemente semplice: due pancake, uno traboccante di ingredienti e uno con appena un velo di miele. E poi quella frase: «Il piatto pieno è dovere, il vuoto desiderio». Quanto raccontano di noi i piccoli gesti quotidiani?
«Davvero tanto. Mi piace molto osservare le persone che si rivelano attraverso gesti e consuetudini. Se riempi il piatto hai il dovere di finirlo, se invece non esageri ti resta il desiderio di assaggiare ancora. Un piatto è metaforico. Dimmi come mangi e ti dirò chi sei…».
Lo sport raccontato
Da oltre trent’anni racconti lo sport e, in particolare, lo sport femminile. Il giornalismo ti ha insegnato ad ascoltare meglio le persone o la narrativa ti ha aiutato a guardarle con occhi diversi?
«Direi che il processo è stato inverso: una certa sensibilità, come l’obiettivo della macchina fotografica di Milo, mi appartiene da sempre e mi fa vedere oltre l’evidente. Così quello che colgo diventa una storia, un personaggio. Anche se ho esordito solo a 45 anni, di romanzi ne ho iniziati e mai finiti tantissimi. Il primo, alle scuole medie, si intitolava La montagna delle scarpe: la protagonista era Nina, una ragazzina che assomigliava a una mia cara amica. Vedo, ascolto, interiorizzo, rubo. Scrivere soprattutto di calciatrici, invece, mi ha allenato molto a romanzare vite apparentemente normali. Faccio interviste da trent’anni per il Corriere dello Sport, al giornalismo riconosco di essere stato il costante allenamento e il perfezionamento della scrittura. Ma sono sempre stata più scrittrice che giornalista, come dire… ero fuori posto. Che palestra, però, il fuori posto!».
La Sicilia nel cuore
Sei romana d’adozione ma profondamente siciliana. Quanto conta, per una scrittrice, avere un luogo del cuore a cui tornare?
«Essere emigrata è una ferita, la Sicilia è un pensiero quasi ossessivo. Vivo ormai una crisi di appartenenza e uno stato di perenne desiderio di ritorno, che sia a Roma o a Messina. Da scrittrice forse è stata un vantaggio questa “doppia identità”: posso raccontare luoghi del cuore che conosco, vivo o mi aspettano, con lo stupore dello sguardo straniero o della prima volta».
Esiste una Sicilia che porti sempre con te, anche quando sei lontana?
«Per quanto banale, la Sicilia per me è il mare che la circonda, che la fa isola. Quanto mi piace sentirmi marinaia e isolana. Lo dico con spocchia, perché per essere tale devi essere nato sull’isola, non basta farsi adottare. Poi mi porto sempre lo Stretto di Messina, la meraviglia assoluta e, ovviamente, le parole in dialetto che mischio a quelle romanesche: si sposano benissimo».
Viaggi che cambiano
Il viaggio è il filo conduttore di Amiche si parte. Nella tua vita c’è stato un viaggio che ha cambiato il tuo modo di guardare il mondo o che ti ha regalato una consapevolezza inattesa?
«Andammo in Africa con la famiglia, forse era il 1990 o ’91. Un viaggio pazzesco e strabiliante. Prima un safari nel Parco Nazionale del Serengeti, in Tanzania, e poi in Kenya. Ma fu il Serengeti a stregarmi: gli animali che si abbeveravano al tramonto alla stessa pozza, la gente del posto, il cielo basso. Ho provato un senso di stupore assoluto, di sorpresa, di magnificazione. L’Africa è struggente, anche la Sicilia riesce a fare questo effetto, però non è altrettanto selvaggia e primitiva. Scrissi una poesia che cominciava così: “Poveri siamo noi di questo cielo”. Di fronte all’immensa, avvolgente e orgogliosa Africa mi sono sentita piccola. Posso dire che quel viaggio in Africa mi ha cambiato il modo di vedere le cose: entrandoci dentro o lasciandomi attraversare, ho capito l’urgenza di raccontare. Forse è lì che è nata la scrittrice».

Quando arrivi in una città nuova, sei il tipo che prepara tutto nei dettagli o preferisci perderti tra vicoli, librerie e bar, lasciando che siano gli incontri a guidare il percorso?
«Dipende se sono sola o in compagnia. Se ho poco tempo vago fissando emozioni. Se ho più tempo seguo una guida. Ho sempre viaggiato con la guida, mi piace fermarmi e leggerla».
Partenze e con chi
Se dovessi regalare ai lettori di L’amore brucia un viaggio che rispecchi l’anima del romanzo, quale destinazione sceglieresti e perché?
«Un viaggio on the road, birra e ostriche, per la Scozia o l’Irlanda o la Bretagna. Lo farei con i miei figli, a turno però, partendo dal secondo, Alessandro, poi la piccola, Alice, e infine il grande, Michele».
Che cosa non manca mai quando parti?
«Appunto i libri e l’esperienza di Santiago mi ha portata anche a scaricare l’app di un e-reader sul telefono. Allora acquistai un e-book e via. Così, dopo avermi salvato, ho scoperto e apprezzato anche l’e-book. Mai più senza un libro!».
Se potessi partire con uno scrittore o una scrittrice del passato, con chi partiresti e perché?
«Difficile scegliere, eh. Comunque ne dico due, un uomo e una donna, di getto, senza pensarci troppo: Thomas Bernhard e Alba de Céspedes. Uno perché ha una scrittura che mi paralizza e vorrei fargli mille domande: sulla punteggiatura, sulle ripetizioni, su come scriveva, qual era la sua routine. L’altra per parlare di donne e dirle che, ahimè, quello che ha scritto succede ancora. E poi vorrei dirle quanto mi ha emozionato la sua Valeria con il suo quaderno proibito: ero io, uguale. Di fronte a un quaderno provo lo stesso brivido. Per fortuna ho smesso di collezionarli».
E, infine, cena con un giornalista o una giornalista esistente: con chi andresti e cosa faresti loro assaggiare?
«Posso dire Umberto Galimberti? Non è proprio giornalista, ma collabora con la Repubblica, vale? Cena messinese: “braciole”, cioè involtini, di pesce spada “a ghiotta”, che è un sugo di pomodoro con capperi e olive, polpette di melanzane di mia madre e ricci di mare. Se Galimberti non vale, allora dico Mattia Feltri. Stesso menù».

Basta sentirmi parlare per intuire il mio attaccamento alla Basilicata. Vivo a Bologna da tanti anni e amo questa città ma ho mantenuto una visione Sudcentrica della vita. Giornalista professionista, tutor al master in giornalismo, scrittrice e soprattutto “ragazza” piena di energia. Ho una valigia sempre pronta, anche se a ogni viaggio dimentico qualcosa. Vivrei in estate tutto l’anno e sogno una casa vista mare. Scrivo libri di curiosità (“Book Sun Lover” e “Book Winter Lover”) e romanzi (“Un giorno sì un altro no”, “Come un fiore sul quaderno” e “A volte è complicato”). Leggo tanto, sorrido ancora di più.

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