Cosa fare ad Aosta durante la Fiera di Sant’Orso

Siete pronte a mettere indietro le lancette del tempo? Ad Aosta, la “Roma delle Alpi”, si fa un viaggio nel passato, sulle orme dei viaggiatori del Gran Tour, e si partecipa a una festa medievale
Indice dell'articolo
«Chiudete gli occhi e provate a immaginare che attorno a voi non ci sia niente, se non quello che una volta c’era ai tempi dei romani». Valentina, guida turistica, ferma sotto la Porta Praetoria cerca di far capire a un gruppo di festanti bambini il flusso della storia di Aosta, “la Roma delle Alpi”, come era stata celebrata dai viaggiatori del Grand Tour e che quest’anno compie 2050 anni. La tentazione di chiudere gli occhi è forte anche per me e per un attimo lo faccio davvero. È come se i romani penetrassero nell’immaginario di ciascuno, piccoli e grandi, mentre tutto intorno sembrano delinearsi le immagini degli operai al lavoro chini a costruire, pietra su pietra, questo monumentale accesso orientale alla città di Augusta Praetoria Salassorum, il nome della colonia poi divenuta Aosta.
La storia
Flusso della storia che parte proprio da qui, dal 25 a.C, un incrocio di cardi e decumani che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del vezzoso capoluogo della Valle d’Aosta, ai piedi delle Alpi occidentali. Quando riapro gli occhi, Valentina sta indicando ai bimbi le tre aperture che una volta facevano parte della Porta, ancora oggi visibili, quella centrale per i carri e quelle laterali per i pedoni e le scanalature entro cui correvano le cancellate che di notte venivano calate per non permettere a nessuno di entrare. Il mio sguardo corre sulle decorazioni dell’arco in marmo bianco di Carrara, sopra al quale c’era il camminamento di ronda dei romani. E sembra quasi di sentire il suono dell’andirivieni dei passi, l’eco non ancora sopito della storia gloriosa. Quasi un abbraccio che ti cinge all’improvviso e piano entra dentro di te. Poi il brusio delle persone mi riporta alla realtà.
L’8 maggio all’Area megalitica si inaugurerà una mostra che offrirà un’immersione unica nella realtà di due città romane. A seguire nelle giornate del 9 e 10 maggio è previsto un convegno scientifico, sul tema dell’eredità delle città di fondazione Augustea.
Da dove partire?
Da Porta Praetoria, il monumentale accesso orientale alla città romana di Augusta Praetoria Salassorum, il nome della colonia poi divenuta Aosta. Qui passava la via delle Gallie e nacque la città fortificata nel 25 a.C. per volere di Augusto. Si tratta di un incrocio di cardi e decumani che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del vezzoso capoluogo della Valle d’Aosta. Da qui si dipana via Sant’Anselmo che porta all’Arco dedicato all’imperatore Augusto, la strada delle vetrine eleganti e dei locali, molti con tavoli all’aperto.
Il Teatro Romano
Muoversi tra le vie è come stare davvero in una macchina che riporta avanti e indietro gli anni: la città Medievale cresce su quella romana senza discontinuità e i vari periodi si sovrappongono e si scoprono a ogni angolo. Una tappa obbligata è il Teatro Romano, con la maestosa facciata rettilinea finestrata, costruita in blocchi di puddinga, un’arenaria locale tra grigio e l’azzurro, che si alza per ventidue metri (in attesa della riapertura dello spazio archeologico in estate dopo un intervento di restauro). Ci si ritrova come Roger Newdigate, uno dei viaggiatori del Grand Tour, quando scrisse nel 1776: “… sorpresa di trovarsi in mezzo a rovine dello splendore romano della più alta antichità, di cui nessuno di coloro che aveva pubblicato descrizione sull’Italia aveva mai fatto menzione”. La facciata principale, costruita in blocchi di puddinga, un’arenaria locale tra grigio e l’azzurro, era lunga più di 60 metri e alta 22, una sorta di Colosseo in miniatura. Da queste “finestre” s’intravedono le confermazioni rocciose delle vette alpine, spesso ancora innevate: a sud il Monte Emilius (3559 m) e la Becca di Nona (3142 m) a nord il Mont Velan (3731 m). Sullo sfondo si ammira persino la montagna Gran Combin (4314 m), in territorio svizzero: sembra quasi un quadro.
Il centro storico
La Cattedrale regala altre sorprese con le statue in terracotta policroma sulla facciata. I mosaici all’interno che ricoprono i cori sotto l’altare sembrano voler imitare, con il loro effetto cromatico, tappeti preziosi. Nel “mosaico dell’anno” sono rappresentati i dodici mesi, ciascuno intento in un’azione.

Un salto in avanti di qualche secolo si ha in piazza Chanoux. Il colpo d’occhio è l’hotel de la Ville con il suo scenografico prospetto di 140 metri. Se siete appassionate di serie televisive, molti scorci vi torneranno familiari perché visti nella fiction di vicequestore Rocco Schiavone, interpretato da Marco Giallini, un anti-eroe che risolve diversi casi di omicidio in città. Molte delle scene dell’omonima fiction sono state girate proprio nel centro storico.
Collegiata dei Santi Pietro e Orso
La Collegiata dei Santi Pietro e Orso, l’altro grande tempio aostano, non è troppo distante e s’innalza in un’area che stava fuori dalle mura romane. Entrate nel silenzioso chiostro, con ben quarantaquattro capitelli istoriati, ognuno con la rappresentazione di una scena narrativa. Una sorta di fumetto ante litteram che serviva a far comprendere la religione ma anche le favole agli analfabeti.
La fiera di Sant’Orso
Sant’Orso è il Santo più venerato (il patrono è San Grato) e in suo onore, il 29, 30 e 31 gennaio, per le strade va in scena la Millenaria, la Fiera di Sant’Orso. Sono racconti di vita e mestieri quelle che si possono ascoltare tra i banchi. Le origini hanno radici che scavano fino all’anno Mille, quando contadini e allevatori scambiavano e vendevano attrezzi agricoli o oggetti di uso quotidiano come scodelle, culle, cesti. La leggenda vuole che tutto abbia avuto inizio nell’area della chiesa di Sant’Orso. Proprio di fronte alla chiesa il Santo era solito distribuire ai poveri indumenti e “sabot”, le tipiche calzature in legno ancora in vendita. Poi c’è l’adagio “Se feit solei lo dzor de Saint Ors, l’hiver dure incò quarenta dzor”, ovvero “Se il tempo è bello il giorno di Sant’Orso (che cade l’1 febbraio) l’inverno dura ancora 40 giorni. E se lo dice il vecchio proverbio valdostano, legato al santo protettore di calamità naturali, alluvioni e reumatismi, c’è da crederci.
S’inizia il 29 gennaio alle 21, con il concerto di apertura della Fiera di Sant’Orso e il Coro Sant’Orso. Il 30 gennaio, alle 8, inaugurazione con la banda municipale in piazza Arco d’Augusto. Dalle 8 alle 18, esposizione di oltre 1.000 artigiani lungo il centro storico della città (anche il 31). Nella stessa giornata, prende il via la mostra ideata dal museo dell’artigianato valdostano di tradizione (Mav), “Essere e tessere – tradizione e nuove tendenze”. Alle 19, il centro città si anima la veillà. Nel dialetto valdostano, il patois, “veillà” vuol dire “veglia”. è una festa che potremmo definire autogestita: passeggiando nelle vie si possono incontrare cori che improvvisano miniconcerti e gruppi folkoristici che si esibiscono in brevi spettacoli mentre ci si scalda sorseggiando del vin brûlé o del brodo caldo.
I dintorni
Dalla città partono diversi sentieri che portano a scoprire i dintorni. Lunga ma non particolarmente impegnativa è la camminata a mezza costa, sul limitare del bosco, che conduce fino al magnifico Castello di Fénis, dalla pianta pentagonale. Un tuffo nella Valle d’Aosta di fondovalle, tra campi coltivati e stalle, per divertirsi a individuare le numerose torri medievali, spesso mimetizzate tra le rocce e la boscaglia, che occhieggiano zigzagando sui crinali. Il maniero fu sede di rappresentanza della famiglia Challant ed è arricchito da eleganti decorazioni pittoriche.
Andando verso la valle di Cogne si arriva a Pont-d’Ael a Aymavilles, un’opera ingegneristica eccezionale, un ponte acquedotto in età augustea a scopo privato, lungo settanta metri e largo solo un metro e mezzo. La curiosità? È stata trovata un’impronta di una scarpa, la classica romana con i chiodini, nella malta del condotto superiore dove scorreva l’acqua, che ci dà la prova di chi materialmente ha costruito questo ponte nel 3 a.C. Percorretelo, entrateci dentro – uno dei pochi che dà questa possibilità su un percorso vetrato che fa vedere il vuoto profondo di ben tre metri -, affacciatevi dalle piccole finestrelle, costruite con altezze differenti per non creare correnti d’aria, contemplate il torrente Grand Eyvia che, impetuoso e gonfio, scende veloce dalla valle. Tutto intorno, boschi di roverella e pino silvestre.
Informazioni
Per info: https://www.lovevda.it/

Basta sentirmi parlare per intuire il mio attaccamento alla Basilicata. Nonostante viva a Bologna da tanti anni e ami questa città, ho mantenuto una visione Sudcentrica della vita. Giornalista professionista, tutor al master in giornalismo, scrittrice e soprattutto “ragazza” piena di energia. Ho una valigia sempre pronta, anche se a ogni viaggio dimentico qualcosa. Vivrei in estate tutto l’anno e sogno una casa vista mare. Scrivo libri di curiosità (Book Sun Lover) e romanzi (“Un giorno sì un altro no”, “Come un fiore sul quaderno”). Leggo tanto, sorrido ancora di più.

Articolo Precedente
Articolo Successivo
