Quirina Mocenni Magiotti, la donna che sognava di viaggiare

Nel romanzo di Ilaria Chia la storia della “musa silenziosa” di Ugo Foscolo: una donna fuori dal suo tempo, tra desiderio di libertà, Firenze e una Londra raggiunta solo con la fantasia

Quirina Mocenni Magiotti sognava di viaggiare, studiare, scrivere, frequentare i salotti culturali. Nella Firenze dell’Ottocento, però, per una donna scegliere liberamente la propria strada era già un viaggio quasi impossibile. Lei, costretta a un matrimonio di convenienza, dalla Toscana non si allontanò mai. A partire fu Ugo Foscolo, l’uomo che amò e continuò a difendere anche dopo la morte. Prima la Svizzera, poi l’Inghilterra, mentre Quirina lo seguiva attraverso le lettere e con la fantasia.

A riportare oggi in primo piano la sua storia è Quirina. La musa silenziosa di Ugo Foscolo (Nua edizioni), il romanzo di Ilaria Chia, giornalista e critica d’arte bolognese, che attraverso un’attenta ricerca tra lettere e documenti ricostruisce il ritratto di una donna molto diversa dalla figura sbiadita tramandata nel tempo.

Determinata, insofferente alle convenzioni e desiderosa di conquistarsi uno spazio proprio, Quirina arrivò a scrivere che avrebbe preferito nascere uomo e definì quella riservata alle donne una «vita senza sugo». Dopo la morte di Foscolo si impegnò a conservarne la memoria, ricostruì i versi delle Grazie rimasti incompiuti e trasformò un sentimento privato in una missione pubblica.

Con Ilaria Chia siamo partite proprio da qui, per conoscere meglio Quirina e parlare anche di viaggi: quelli che lei poteva soltanto immaginare, quelli compiuti da Foscolo e quelli che oggi possiamo fare sulle loro tracce, tra Firenze e Londra. E alla fine abbiamo aperto anche una valigia.

Quirina Mocenni Magiotti e i luoghi di Ugo Foscolo a Firen

Partiamo proprio da lei: Quirina. Come hai incontrato questa donna rimasta per tanto tempo all’ombra di Ugo Foscolo e quando hai capito che meritava un romanzo tutto suo?

«Ho scoperto Quirina per caso, mentre stavo ripercorrendo il periodo inglese di Foscolo. Ho cominciato a leggere la corrispondenza del poeta da quando lascia Milano per rifugiarsi prima in Svizzera, poi in Inghilterra. Tra i suoi corrispondenti più assidui, almeno all’inizio, c’è proprio questa donna di Firenze, che per me era solo un pallido ricordo scolastico. Leggendo le sue lettere sono rimasta molto colpita dall’intensità del sentimento con il quale ama Foscolo. Così ho deciso di approfondire e ho scoperto molte cose che non mi aspettavo. Non sapevo, ad esempio, che fosse stata lei a ricostruire il poemetto delle Grazie che il poeta aveva lasciato incompiuto. Mi ha stupita poi la straordinaria determinazione di questa donna nel perseguire i propri obiettivi, l’insofferenza verso la condizione femminile del tempo e, infine, il modo nel quale riesce a ribaltare il proprio destino. Allora ho capito che Quirina, in realtà, era molto diversa dalla figura un po’ sbiadita che ci è stata tramandata».

Quirina vive in un’epoca in cui a una donna sono preclusi studio, indipendenza e perfino la libertà di viaggiare. Quanto conta nel romanzo il suo desiderio di andare oltre i confini, non soltanto geografici, che le sono stati imposti?

«Il desiderio di andare “oltre” nel romanzo conta moltissimo, anzi è il motore che muove tutta la narrazione. L’incontro con Foscolo non rappresenta un evento casuale, è ciò che Quirina aspetta da sempre per riconnettersi con la parte più autentica di sé, quella che era stata costretta a seppellire da giovane per farsi accettare dalla società. In lei, però, la sua vera natura continua a covare come fuoco sotto la cenere. Foscolo rappresenta tutto ciò che a lei è negato: la possibilità di studiare, di scrivere, di avere un’esistenza libera e senza padroni. Quirina non uscirà mai dai confini della Toscana, il suo viaggio avviene nella fantasia. I suoi orizzonti, limitati geograficamente, si dilatano però nell’ultima parte della vita fino ad abbracciare l’orizzonte della storia. Il sentimento per Foscolo, di natura privata, si trasforma così in una missione pubblica legata al progetto politico risorgimentale. In questo modo Quirina, che si era già ritagliata una certa indipendenza economica, riesce ad acquistare “voce” e a farsi sentire nella società del tempo che concedeva ben poco spazio alle donne».

Sullo sfondo, Firenze

Firenze è molto più di uno sfondo: è la città dell’incontro con Foscolo, dei salotti, delle convenzioni sociali, ma anche della scoperta di sé. Quali luoghi della Firenze di Quirina hai cercato e percorso personalmente mentre scrivevi? E ce n’è uno in cui hai avuto la sensazione di sentirla particolarmente vicina?

«Uno dei luoghi che mi ha affascinato maggiormente è Palazzo Gianfigliazzi, sul Lungarno, dove un tempo c’era la casa di Vittorio Alfieri e il salotto animato dalla contessa d’Albany. Oggi, purtroppo, è chiuso al pubblico, ma io mi sono fermata sotto a quelle finestre e ho provato a immaginare cosa si dovesse provare affacciandosi sul fiume e su una delle vedute più belle di Firenze. Lì accanto poi c’era l’albergo, cosiddetto delle Quattro Nazioni, dove soggiornò Foscolo e poi anche Manzoni. Un altro luogo molto suggestivo è il colle di Bellosguardo, dove il poeta compose la Ricciarda e iniziò a scrivere le Grazie proprio sotto gli occhi di Quirina. Ci sono anche i luoghi che custodiscono la memoria, come la basilica di Santa Croce, dove è sepolto il poeta, e la basilica di Santa Maria Novella, dove c’è la tomba di Quirina. In via del Melarancio, nel luogo della sua ultima abitazione, se si alza lo sguardo si vede una lapide che la ricorda con l’appellativo di “donna gentile”».

Sulle tracce di Ugo Foscolo tra Londra e letteratura

Foscolo, invece, è un uomo continuamente in movimento, fino all’esilio londinese. Nel libro il viaggio rappresenta più una fuga, una conquista di libertà o la dolorosa necessità di ricominciare altrove?

«Foscolo è un personaggio spesso sfuggente e le sue azioni racchiudono significati diversi, alle volte opposti. È il caso del viaggio che in lui è nello stesso tempo libertà e costrizione. Foscolo, da una parte, fugge dall’Italia, un Paese dove non riesce a ottenere un giusto riconoscimento per i suoi meriti letterari e personali. La sua, però, allo stesso tempo, è anche una presa di posizione politica, un gesto dimostrativo per invitare gli italiani a non rassegnarsi al dominio straniero. Il suo soggiorno in Inghilterra, cominciato da esule e martire del libero pensiero, finisce con il passare degli anni per assumere altre sfumature: la bohème disperata, tra insuccessi letterari e debiti da saldare, sembra anticipare la figura del poète maudit incarnato magistralmente, da lì a qualche decennio, da Baudelaire».

Restiamo a Londra. Se oggi volessimo partire sulle tracce di Foscolo, quali luoghi ci consiglieresti di mettere in itinerario?

«Io sono partita da Edwardes Square, dove al civico 19 una targa blu indica una delle prime case abitate dal poeta. Foscolo vi soggiornò ai tempi del suo arrivo, quando venne accolto in Inghilterra come una celebrità, ma dopo un anno e mezzo cambiò subito casa. A pochi passi da lì c’è Holland Park e quel che resta di Holland House, altro luogo foscoliano: in questa dimora signorile il poeta fu ospite diverse volte e poté godere dell’amicizia degli Holland, che favorirono il suo inserimento nell’alta società. Infine sono stata a Chiswick, il quartiere dove Foscolo abitò dal 1826 al 1827, nel suo ultimo anno di vita, un periodo buio segnato dalla malattia e dall’indigenza. Nel piccolo cimitero della chiesa di St. Nicholas si può vedere la tomba dove le spoglie del poeta furono seppellite inizialmente, prima di essere trasportate a Firenze».

Il romanzo nasce da una ricerca storica molto accurata e Quirina ha lasciato lettere, carte, tracce della sua esistenza. Durante le ricerche hai fatto qualche scoperta inattesa, magari legata a un luogo, a un documento o a un dettaglio quotidiano, che ha cambiato il modo in cui la immaginavi?

«Mi ha molto colpita quando, nelle sue lettere, scrive che avrebbe preferito nascere uomo piuttosto che donna. Un’affermazione davvero insolita, e coraggiosa, per quei tempi. Tale insoddisfazione nasce in lei dal vedersi negata la possibilità di disporre liberamente di sé stessa e di decidere il proprio destino. La vita delle donne, scriveva, era spesso “vita senza sugo”, perché tagliata fuori dal corso della storia. Leggendo queste frasi sono rimasta stupita da come in lei convivano l’amore romantico per un uomo e, allo stesso tempo, un forte desiderio di autonomia».

Silvio Pellico e le curiosità

Tra le pagine si scopre che Silvio Pellico in giovinezza corteggiò Quirina e che il suo sogno era diventare un autore teatrale. Raccontaci questa e altre curiosità che hai inserito.

«Scrivere questo libro mi ha permesso di scoprire un Silvio Pellico che non conoscevo, molto diverso dall’immagine tramandata dalla storiografia tradizionale. Durante la giovinezza fu un uomo tutt’altro che serioso: coltivava grandi ambizioni e amava divertirsi. Quando Foscolo lascia l’Italia, Silvio cerca di farsi strada nel cuore di Quirina: la corteggia per lettera e, forse, sarebbe passato ai fatti se lei non lo avesse chiaramente scoraggiato. Nel romanzo l’autore de Le mie prigioni mostra il suo lato più umano, fatto anche di debolezze e ambiguità: è un uomo segnato dalla prigionia e deluso dalla politica e questo lo porta a sconfessare anche l’amicizia di vecchia data con Foscolo. “L’uomo che più amo al mondo”, diceva quando era giovane. Ma poi, una volta uscito dal carcere, su Ugo non si degnerà mai di scrivere una riga, nonostante le insistenze di Quirina».

Facciamo un piccolo gioco impossibile. Quirina prepara finalmente una valigia tutta sua e può partire liberamente: dove pensi che sceglierebbe di andare e quali tre cose metterebbe dentro?

«Se avesse potuto, sarebbe corsa da Foscolo a condividere con lui il freddo, l’esilio e la povertà. Londra o Zurigo, non avrebbe fatto differenza, penso si sarebbe adattata facilmente pur di riavere l’amato Ugo al suo fianco. Cosa avrebbe messo in valigia? Di sicuro, un buon libro. Poi l’anello che il poeta le aveva regalato a Firenze. Infine, la Topina, la barboncina bianca con la quale si fa raffigurare nel ritratto confluito nelle collezioni di Palazzo Pitti».

Viaggi, libri e valigie: Ilaria Chia si racconta

E adesso tocca a te: che viaggiatrice sei? E che cosa non manca mai nel tuo bagaglio?

«Devo confessare che sono abbastanza casalinga e l’idea di spostarmi mi ha sempre messo un filo a disagio. Non per questo ho rinunciato a viaggiare. Tuttavia scelgo le mie mete con cura e con una buona dose di pianificazione: insomma, non amo improvvisare. Nel mio bagaglio non manca mai un libro da leggere la sera, prima di addormentarmi, e le cuffie per ascoltare la musica durante il viaggio».

C’è un luogo del cuore dove ti rifugi per scrivere?

«Mi piace scrivere in biblioteca. Amo i posti silenziosi, dove ci si può concentrare, ma nello stesso tempo è possibile incontrare le persone e scambiare due parole quando se ne sente il bisogno».

Viaggi letterari tra case degli scrittori e Jane Austen

Hai mai scelto una destinazione perché l’avevi incontrata prima tra le pagine di un libro? E quale luogo letterario vorresti vedere almeno una volta nella vita?

«Sono decisamente un’appassionata di viaggi letterari. Amo moltissimo, ad esempio, le case degli scrittori. Nel corso degli anni ne ho visitate tante. Tra quelle che amo di più ci sono Casa Carducci a Bologna, Casa Leopardi a Recanati, Casa Moretti a Cesenatico, il Museo Charles Dickens a Londra. Questi luoghi mi affascinano perché raccontano non solo la vita degli scrittori, ma anche il contesto storico: non a caso molte di queste residenze sono anche musei. Ora vorrei tornare in Inghilterra e fare un tour sui luoghi di Jane Austen. Mi piacerebbe moltissimo visitare la cittadina di Bath e la casa natale di Chawton, ma anche Stourhead House con i celebri giardini che hanno ispirato Orgoglio e pregiudizio».

*Foto concesse dall’intervistata

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