Eleonora Molisani: la voce (e la penna) delle storie che contano

Un ritratto di pensiero e passione, tra femminismo, libri salvavita e il desiderio ostinato di cambiare il mondo un pezzetto alla volta

C’è chi cerca i riflettori e chi, come lei, accende luce su ciò che sta ai margini. Giornalista, scrittrice, divulgatrice di storie fuori dal coro, Eleonora Molisani è una di quelle donne che ti verrebbe voglia di incontrare a un tavolino con due caffè e dieci libri sul tavolo (e quando mi capita, mi sento davvero fortunata). Scrive di attualità e approfondisce tematiche letterarie per Donna Moderna, dopo un lungo percorso a TuStyle, ma è anche una guida preziosa per chi ama i libri e non sa da dove iniziare: i suoi consigli sui social (non richiesti come dice lei, ma preziosi come dico io) sono piccoli fari nelle tempeste dell’algoritmo.

Il suo ultimo libro: Esisto anch’io! Miti minori per capire il presente

Il suo ultimo libro – Esisto anch’io! Miti minori per capire il presente (Psiche libri) – per le più piccole ma piace anche alle ragazze, dà voce ai miti minori, antichi racconti spesso trascurati, che si nascondono all’ombra di quelli più noti e conosciuti, ma sono potentissimi nel raccontarci qualcosa di noi oggi. Una raccolta di racconti che è anche un atto d’amore verso chi è stato lasciato ai bordi delle narrazioni ufficiali. Come se ci dicesse: «non devi essere Achille per fare la differenza. A volte basta esistere».

Tra una diretta online, una presentazione dal vivo e una nuova lettura da suggerire, abbiamo fatto con lei una chiacchierata a tutto campo. Di quelle da rileggere spesso. Perché Eleonora ha quella rara capacità: ti fa venir voglia di leggere ancora, e ancora, e ancora.

A tu per tu con Molisani

Partiamo da una frase del tuo ultimo libro: «Esisto anch’io». Quanto c’è di te in questa affermazione, e quanto delle donne che hai incontrato nel tuo percorso?

«Il titolo Esisto anch’io! nasce da una convinzione profonda, che è anche la mia bussola nel lavoro e nella vita: tutti, ma proprio tutti, devono avere il diritto di far sentire la propria voce. È un libro pensato per i più piccoli, certo, ma anche per insegnanti, educatrici, formatrici, adulti curiosi. Perché la voce di ciascuno è un tassello essenziale in quel grande puzzle che si chiama umanità.
Nel libro si parla di diversità, inclusione, libertà, emarginazione. Ed è un invito a dire ad alta voce: “ci sono anch’io”, con fierezza. Perché solo se ascoltiamo davvero le voci fuori dal coro, solo se abbracciamo le differenze, possiamo parlare di progresso e vera democrazia.
Nel mio lavoro da giornalista e da autrice di diversi libri ho sempre cercato di fare proprio questo: accendere il microfono a chi non ce l’ha. Soprattutto alle donne invisibili, quelle dimenticate, calpestate, non ascoltate. Quelle a cui non viene chiesto nemmeno il consenso. Esisto anch’io! è anche per loro. Per tutte le voci che il patriarcato ha cercato di zittire. È un grido, un atto d’amore e un gesto di giustizia».

Tra le pagine dai voce ai “miti minori”: ci racconti qual è quello che ti ha sorpresa o commossa di più mentre lo scrivevi?

«Ho scelto con attenzione i miti da raccontare e mi sono staccata da quelli “maggiori”, spesso carichi di stereotipi: il maschile legato alla guerra, alla forza; il femminile alla maternità o alla terra. Ho dato spazio ai “minori”, meno noti ma capaci di scardinare certi cliché. Otto in tutto: quattro figure femminili, quattro maschili. Tra tutte, due mi hanno toccata profondamente.
La prima è Estia, la dea trimorfa. Una bambina con tre teste e tre corpi, che all’apparenza potrebbe sembrare un mostro. Ma il messaggio che voglio dare è quello che a volte ciò che ci rende diversi è il nostro superpotere. Estia, con la sua unicità, riesce a donare qualcosa di prezioso agli altri. Scrivere di lei mi ha emozionata, perché parla di accettazione e di forza interiore.
La seconda è Eurinome, una dea che ha dovuto lottare per affermare la parità, contro un compagno che invece di amarla, ha cercato di dominarla. La sua è una storia di ribellione e dignità. E in entrambi i casi, ho sentito che quelle voci antiche parlavano anche a noi, oggi».

Hai attraversato la carta stampata, i social, i podcast, gli eventi dal vivo… Come si raccontano oggi i libri per davvero, in questo tempo liquido e affollato di contenuti?

«Oggi i libri devono fare i conti con una realtà affollata, multiforme, spesso distratta. I contenuti si muovono su mille piattaforme – social, podcast, video – e il libro, per resistere, deve saper stare al passo. Ma non deve perdere la sua anima. Servono due ingredienti fondamentali: competenza e tanta passione. Sono queste le chiavi che permettono di far brillare le storie, anche tra mille stimoli digitali. Io lo ripeto spesso anche ai miei studenti: qualsiasi contenuto, se raccontato bene, può diventare appassionante. Posso farti innamorare di Kafka, della Divina Commedia, dell’Odissea – che resta il più grande libro di avventura e conoscenza mai scritto – se trovo il modo giusto per farteli vivere. Il punto non è cosa raccontiamo, ma come. La letteratura, i classici, i romanzi contemporanei: tutto può arrivare dritto al cuore, se chi lo racconta ci crede davvero».

Su Instagram consigli letture sempre originali e poco scontate. Qual è il tuo “superpotere” nel trovare storie belle fuori dal mainstream?

«Mi piace rispondere citando Kafka, che diceva: “Un libro deve essere l’ascia che spezza il mare ghiacciato che è dentro di noi”. È una frase potente, quasi una dichiarazione d’intenti. Per me leggere – e consigliare letture – significa proprio questo: cercare storie capaci di rompere il ghiaccio, di generare uno scarto emotivo, una metamorfosi. Non importa tanto che cosa leggiamo, ma come quel libro riesce a smuoverci, a cambiarci, a renderci più consapevoli, più umani. Che sia una favola, un mito, un romanzo letterario o una storia più pop, io cerco sempre racconti che aprano uno squarcio dentro di noi. Il mio “superpotere”, se vogliamo chiamarlo così, è questo: cercare libri che sappiano parlare al cuore e alla testa, che ci facciano vedere il mondo – o noi stessi – con occhi nuovi».

Se dovessi mettere insieme una “valigia letteraria” da portare in viaggio per il mese di agosto, quando la maggior parte delle persone è in vacanza, quali 3 libri non mancherebbero mai?

«In ogni mia valigia – anche quella ideale di agosto – non può mancare l’Odissea. È il libro dei libri, quello del viaggio per eccellenza, ma anche della conoscenza, della scoperta, del ritorno e della trasformazione. Lo consiglio a tutti, anche in una versione adattata per i più giovani – va bene pure in un’edizione ridotta – perché resta un faro che non smette mai di illuminare il presente.
Poi, per restare tra i grandi classici, aggiungerei il Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa. Lo tengo da anni sul comodino, insieme allo Zibaldone di Leopardi: sono due compagni silenziosi ma profondi, che parlano delle inquietudini universali dell’essere umano. Dubbi, pensieri, senso della vita: è un libro che non finisce mai davvero, e ogni volta che lo si apre sembra di scoprirlo per la prima volta.

E per il contemporaneo?

Direi L’anniversario di Andrea Bajani (Feltrinelli), un libro che ha vinto prima il Premio Strega Giovani e poi anche lo Strega “dei grandi”. Un evento raro, accaduto solo un’altra volta con Niccolò Ammaniti. Questo romanzo ha colpito tutte le generazioni, anche quella dei giovanissimi, perché ha il coraggio di infrangere un tabù: quello della famiglia come gabbia affettiva. Racconta il diritto – spesso taciuto – di allontanarsi, di prendere le distanze da un nucleo familiare che non ci fa crescere, che ostacola invece di nutrire. E in un paese come il nostro, così profondamente legato alla tradizione familiare, è un tema importante e attualissimo».

I personaggi femminili

C’è un personaggio femminile – della letteratura, del giornalismo, della tua vita – che ti ha insegnato cosa significa “resistere”?

«Potrei citarne tante: scrittrici, poetesse, giornaliste. Da Virginia Woolf a Agota Kristof, da Nellie Bly a Oriana Fallaci. Donne che hanno lasciato un segno forte, ciascuna a suo modo. Ma è mia madre la persona che mi ha insegnato davvero cosa significa resistere, con grazia e con forza.
Colpita da una malattia gravissima quando era ancora molto giovane, ha affrontato tutto con una forza serena, con quei sorrisi che non si spezzano nemmeno nel dolore.
Da lei ho imparato che si può essere determinati con dolcezza, con umanità, senza mai diventare duri, che la resilienza non ha bisogno di urlare, e che si può combattere con umanità, fino all’ultimo respiro».

Hai lavorato per anni nei femminili. Com’è cambiata, secondo te, la narrazione delle donne in questi ultimi dieci anni?

«Negli ultimi dieci anni, purtroppo, ho visto un arretramento. Una sorta di involuzione culturale che parte da un dato preoccupante: la scolarizzazione in calo. Sempre più ragazze e ragazzi abbandonano gli studi, anche l’università. E quando cala l’istruzione, cala la consapevolezza.
Questo si riflette anche nella narrazione – e nella percezione – delle donne. Oggi molte giovanissime, specie nella Gen Z e nella generazione Alfa, non conoscono la storia del femminismo, non hanno piena consapevolezza di concetti fondamentali come il consenso, l’autonomia, la parità nelle relazioni. È uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere Esisto anch’io!, perché i diritti non sono garantiti per sempre.

E cosa manca ancora?

Vanno raccontati, spiegati, trasmessi. In Italia – e in tutti i contesti ancora segnati da una cultura patriarcale e sessista – c’è un’urgenza educativa profonda. Essere libere non significa solo poter scegliere come vestirsi o con chi uscire. Libertà significa poter accedere alle stesse opportunità. Significa colmare il gap salariale, accedere a ruoli apicali, ridurre la disoccupazione femminile (che in Italia resta altissima). C’è ancora tanto, tantissimo da fare. E chi lavora nella comunicazione – giornalisti, scrittori, docenti – ha il dovere di non abbassare mai la guardia. Perché ogni piccola storia può diventare un seme di consapevolezza».

Progetti e consigli

C’è un progetto (o un sogno) che vorresti realizzare nei prossimi mesi e che ancora non hai raccontato a nessuno?

«Ho sempre cercato di realizzare i miei sogni mentre li stavo vivendo. Fare la giornalista, scrivere libri, insegnare all’università: per me non sono mai stati solo “lavori”, ma strumenti per trasmettere valori, per dare voce a chi non ne ha. Questo, da sempre, è il mio vero progetto: comunicare per provare a cambiare anche solo un pezzettino di mondo.
Se penso al futuro, il mio desiderio – che forse non ho mai detto ad alta voce – è uno solo: poter continuare a farlo, in salute, con energia e lucidità. Non ho sogni personali da realizzare chiusi in un cassetto, perché il mio sogno è già in cammino, e riguarda tutti: contribuire, anche nel mio piccolo, a un cambiamento sociale. Essere uno strumento. Un filtro. Una voce che serve, più che apparire».

Che consiglio daresti a una ragazza ma anche a un ragazzo che sogna di scrivere, ma si sente fuori posto nel mondo dell’editoria o del giornalismo?

«Lo dico sempre anche alle mie studentesse e ai miei studenti: se questo è il lavoro che ami, non mollare. Ma sappi che è un mestiere faticoso, e lo è sempre stato. Servono motivazione, passione vera, e una buona dose di pazienza. Gli spazi sono pochi, è vero. Ma oggi, più che in passato, esistono tanti modi per raccontare, comunicare, scrivere. Non è necessario pubblicare subito un libro o entrare in una redazione: puoi iniziare raccontando un brand, gestendo la comunicazione di un progetto, facendo ufficio stampa o persino… parlando di te stessa, se hai qualcosa da dire.
Sì, anche il termine “influencer” può avere una dignità, se pensato come chi influenza positivamente con i propri contenuti, con le proprie idee. Il mio consiglio è semplice: cerca di brillare. Ma non brillare sgomitando, cercando scorciatoie o stratagemmi. Brilla per la tua passione, per la tua coerenza, per il desiderio autentico di fare bene. Perché alla fine, passione e determinazione restano il binomio più potente che ci sia».

Cosa non manca mai nella tua valigia?

«Il mio Kindle. Adoro la carta, sottolineare, annotare, sentire l’odore delle pagine. Ma il Kindle è il mio alleato di viaggio: ci carico dentro dieci, venti libri e so che ovunque andrò avrò sempre una storia da leggere. È comodo di notte grazie alla retroilluminazione, perfetto ora che la vista fa qualche capriccio, e mi salva se ho dimenticato qualcosa da mettere in valigia. Perché la lettura, insieme al viaggio, è la mia più grande passione. E senza Kindle… mi sentirei un po’ persa».

Il libro da non perdere

Se potessi andare a cena con un personaggio del passato, con chi vorresti e perché?

«Difficile sceglierne uno solo, ma credo che alla fine mi piacerebbe andarci con Gandhi. Perché ha dimostrato che le rivoluzioni si possono fare anche con la pace. Anzi, la più grande rivoluzione pacifica della storia l’ha fatta proprio lui, senza armi, solo con la forza dell’esempio, della parola, della coerenza. E poi anche con Madre Teresa di Calcutta. Un’altra rivoluzionaria gentile, che ha operato nel silenzio, nella fede, nel servizio. In un tempo in cui i conflitti – religiosi, politici, culturali – sembrano risolversi solo con la violenza, loro ci ricordano che si può cambiare il mondo senza alzare la voce. Con la diplomazia, con la parola, con l’esempio e con il messaggio».

Infine, qual è il libro che tutte le donne dovrebbero leggere almeno una volta nella vita?

«Sì, ce n’è uno che consiglio soprattutto alle ragazze: Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood.

C’è anche la serie TV, bellissima e fedele allo spirito del libro. Ma leggere Atwood – anche nei Testamenti, il seguito – significa fare un viaggio nel cuore della libertà femminile. Perché lo consiglierei? Perché è una distopia che ci proietta in un futuro allarmante ed è un futuro dove in un regime monoteocratico le donne vengono usate soltanto per procreare, ecco le cosiddette ancelle. La forza è nella ribellione: dimostra che anche nello stato più repressivo anche nelle situazioni di repressione più grandi, i desideri, le istanze, la personalità delle donne non potranno mai essere schiacciate».

Crediti foto in evidenza: ph Alfredo Bernasconi

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