Napoli, 2.500 anni e non sentirli: 7 tappe per scoprire la città tra arte, storia e sapori

Dalle mostre di Totò e Miró alle stazioni dell’arte, fino ai Quartieri Spagnoli, cosa vedere, tra amiche, nella città che celebra il suo compleanno più importante
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Napoli entra nel suo compleanno più importante come fanno le donne che conoscono bene la propria forza: senza chiedere permesso. «Dovunque sono andato nel mondo ho visto che c’era bisogno di un poco di Napoli». Lo scriveva Luciano De Crescenzo, e oggi quella frase suona come una dichiarazione d’attualità più che come un ricordo affettuoso. Il 21 dicembre la città celebra 2.500 anni di storia, un traguardo che non è soltanto una cifra tonda, ma una postura culturale: Napoli continua a tenere insieme stratificazioni, contraddizioni, bellezza, visioni. Fondata come Neapolis nel 475 a.C. da parte dei Greci di Cuma, ha attraversato i secoli senza mai smettere di trasformarsi, mantenendo un’identità viva e porosa, capace di accogliere e rielaborare tutto ciò che incontra.
Un laboratorio culturale aperto
Oggi il capoluogo campano si conferma laboratorio culturale aperto, un luogo in cui il passato dialoga con il contemporaneo senza nostalgia né forzature. A raccontarlo è anche la DMO Napoli, l’organismo di marketing territoriale dell’Assessorato al Turismo del Comune (i canali social ufficiali @napolianewcity_ su Instagram e Facebook): un progetto che lavora sulla qualità dell’esperienza, sulla partecipazione dei quartieri, sulla narrazione autentica della città, trasformando il turismo in un alleato della vita urbana e non in un intruso. E ci ricorda, con una naturalezza disarmante, che le città migliori sono quelle che non smettono mai di interrogarsi. Proprio come noi.
Ecco sette tappe da non perdere per scoprirla o riscoprirla.
Totò e la sua Napoli
D’obbligo partire da uno dei suoi volti più amati. Fino al 25 gennaio, la Sala Belvedere di Palazzo Reale ospita Totò e la sua Napoli, una mostra che racconta il legame profondo, viscerale e mai interrotto tra Antonio de Curtis e la sua città (il progetto proseguirà a New York). Nato nel Rione Sanità nel 1898, il Principe della Risata ha trasformato Napoli in una lingua universale fatta di ironia, malinconia, intelligenza e umanità. La sua arte dialoga con l’anima della città: popolare e colta, contraddittoria e luminosa, capace di far ridere e pensare nello stesso istante. Il percorso espositivo attraversa origini, teatro, cinema, poesie e canzoni, restituendo un Totò intimo e sorprendentemente moderno, raccontato attraverso documenti originali, immagini, fotografie, costumi, filmati e installazioni, manifesti e locandine, giornali, testimonianze di coloro che lo hanno amato.

La mostra si articola in sezioni tematiche che ripercorrono la vita e la carriera dell’artista: Le origini, Il Rione Sanità, Totò e le bellezze della sua Napoli, Teatro, Cinema, Poesie, Canzoni, Testimonianze, Il saluto della sua Napoli. Tra le strade i murales ne immortalano il suo volto caratteristico e le statue lo rendono eterno. In Via Santa Maria Antesaecula, è ubicata ancora la sua casa natale. Poco distante è visibile un murales realizzato dallo spagnolo Tono Cruz e rappresenta la famosa scena del caffè tra Totò e Peppino De Filippo nel film “La banda degli onesti”. Info: https://palazzorealedinapoli.org/evento/il-palazzo-reale-a-napoli-ospita-la-mostra-toto-e-la-sua-napoli/
Piazza Plebiscito e il Teatro San Carlo
Piazza Plebiscito, uno spazio aperto e maestoso, in cui si sente la brezza marina del Mar Tirreno e dove si sovrappongono diverse epoche storiche, dal Medioevo al Neoclassicismo. Vi si affaccia il Palazzo Reale un imponente e severo edificio che cela al suo interno una serie di porticati, cortili e giardini e il Teatro San Carlo costruito nel 1737. A volerlo fu Carlo III di Borbone che lo ordinò all’architetto Antonio Medrano, pagando 32mila ducati di tasca sua, con l’intenzione di offrire al suo popolo un nuovo teatro che rappresentasse il potere regio. «… Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita…», scrisse Stendhal, nel 1817. Tutti i più grandi artisti, prima o poi, hanno calcato le scene del Teatro, come Gioacchino Rossini che a soli 23 anni, il 4 ottobre del 1815 firma qui la sua prima opera o Niccolò Paganini che nell’estate del 1819 vi tiene ben due concerti. Ogni giorno, compatibilmente con l’attività di palcoscenico si tengono visite guidate a pagamento. Visitabile pure la Terrazza del Passaggio Segreto, che nel ‘700 permetteva alla famiglia reale l’accesso diretto dal Palazzo Reale al suo palco. Vi è anche un’altra curiosità legata all’orologio che è sotto l’arco del proscenio. A girare, contrariamente a tutti gli altri, è il quadrante, mentre la lancetta – il braccio destro di una figura alata – rimane ferma. La corona, invece, è una sorta di zodiaco.

L’ex Convento cinquecentesco delle suore di Sant’Anna a Capuana
Ha aperto da qualche mese l’ex Convento cinquecentesco delle suore di Sant’Anna a Capuana, nel borgo di Sant’Antonio Abate, quartiere antico e popolare, noto per il vivace mercato rionale che i napoletani chiamano ’o buvero. Un gioiello ritrovato di 4000 mq, dove è nato Obù Spazio culturale della Fondazione Terzoluogo: qui ci si ritrova per partecipare a laboratori di lettura, musica e fotografia. A poca distanza c’è una meta imperdibile per chi passa da queste parti: l’ex Lanificio Borbonico di piazza Enrico de Nicola, raro esempio di archeologia industriale nel centro della città e primo grande progetto di rigenerazione urbana a Napoli. Ad accogliere vi sono una scritta sul portale d’ingresso e le due ciminiere in mattoni nel grande cortile: narrano la storia di questi luoghi, fabbrica di lana per l’esercito del Regno delle Due Sicilie nella seconda metà dell’Ottocento. Il Lanificio Sava, dal nome del suo fondatore, inglobava anche parte del complesso monastico di Santa Caterina a Formiello e in particolare il chiostro piccolo: qui, nel 2010, è iniziata l’opera di recupero che ha riportato alla luce l’architettura rinascimentale, gli affreschi tardo-cinquecenteschi e l’essiccatoio ligneo dell’ex opificio borbonico. Oggi la Fondazione Made in Cloister abita il chiostro con mostre d’arte contemporanea e progetti site-specific (madeincloister.com). L’antico sito produttivo si è via via ripopolato e oggi è un’insula creativa dove si va per ascoltare musica (Lanificio 25), esplorare forme d’arte visive e performative (Punto Zero Atelier di Valeria Apicella) e mostre d’arte contemporanea (Galleria Solito).
La Cappella Sansevero
Alle spalle di piazza San Domenico Maggiore, si trova la Cappella Sansevero, una chiesa sconsacrata, uno scrigno che racchiude innumerevoli tesori. Tra questi, il Cristo Velato, la più celebre delle opere posta al centro della Cappella: il corpo del Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua. Fu Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, a commissionare a Giuseppe Sanmartino, una statua di marmo scolpita a grandezza naturale. L’artista, allora giovanissimo, riuscì a ricreare le trasparenze di un velo e sovrapporle a una figura umana, lasciando intuire allo sguardo i contorni del corpo morto senza mostrarlo. Un prodigio che insieme ai dettagli della scultura – attraverso il velo si scorgono le ferite dei chiodi sulle mani e sui piedi – lascia a bocca aperta chiunque si avvicini a questo incantesimo di marmo. Persino Antonio Canova affermò che sarebbe stato disposto a dare dieci anni di vita per essere l’autore di quella meraviglia. Tutto all’interno di questa chiesa – le statue, gli affreschi, il labirinto sul pavimento – non è casuale. Ogni dettaglio fu progettato e calcolato dal principe stesso. Per assicurarsi che anche dopo la sua morte nessun particolare della cappella venisse modificato, Raimondo di Sangro nel testamento raccomandò agli eredi di non apportare alcun cambiamento in questo universo di simboli. Tra le altre opere anche il Disinganno di Francesco Queirolo che allude alla vita di Antonio, padre di Raimondo, che solo in età avanzata si ravvide dopo una vita di eccessi e sregolatezze. La statua lo raffigura mentre, illuminato da un angelo che gli mostra la retta via, si libera dalla rete del peccato.

La mostra di Miró alla Pietrasanta
Le sperimentazioni artistiche del pittore catalano Joan Miró trovano casa alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, e diventano una delle proposte culturali più interessanti di questo periodo natalizio. La mostra Joan Miró: per poi arrivare all’anima, visitabile fino a Pasqua 2026, è organizzata da Navigare srl e curata da Achille Bonito Oliva con Vittoria Mainoldi. L’esposizione propone un viaggio intenso nella ricerca espressiva dell’artista di Barcellona, soffermandosi sul suo rapporto con la parola, la grafica e le tecniche della stampa. In mostra oltre 100 opere provenienti da collezioni private: litografie, acqueforti e acquetinte realizzate tra il 1950 e il 1981, capaci di restituire tutta la libertà e l’energia del suo linguaggio.

«Miró è un artista felicemente indeciso, con un linguaggio che non si ferma davanti a niente e a nessuno». Così lo racconta Achille Bonito Oliva, sottolineando il suo nomadismo culturale e l’eclettismo stilistico. E aggiunge un paragone che suona familiare: «Miró lo possiamo definire un po’ un napoletano. Barcellona è come Napoli». Il percorso espositivo si articola in sette aree tematiche, dal rapporto con il mondo dell’editoria e del libro d’arte alla litografia, dalle figure femminili e naturali agli scambi con scrittori, artisti e musicisti, fino alle sezioni dedicate a Ubu Roi e a Parole e segni, dove il linguaggio visivo diventa poesia. Tra le opere in mostra spiccano Centenario Mourlot (1953), Serie II, blu e rosso (1961), Los vigias – Les guetteurs (1964), Midi le trèfle blanc (1968) e Oda a Joan Miró (1973), accanto a copertine di libri, cataloghi e LP illustrati dall’artista. Info: www.navigaresrl.com
L’arte nella metro
La stazione Monte Sant’Angelo, inaugurata da pochi mesi – è la prima fermata della Linea 7, al servizio di Fuorigrotta e Soccavo -, entra a pieno titolo nel grande progetto delle Stazioni dell’Arte, coordinato sempre da Achille Bonito Oliva, che da oltre vent’anni trasforma la metropolitana di Napoli in un museo diffuso, accessibile e quotidiano. L’ultima fermata realizzata porta la firma di Anish Kapoor e va oltre la superficie della città: scende nelle sue viscere, mettendo in dialogo ciò che si vede con ciò che resta nascosto. Uno spazio pensato per stimolare l’immaginazione e rimandare, non a caso, a una dimensione quasi dantesca. Monte Sant’Angelo si aggiunge così alle 20 stazioni progettate da architetti internazionali – tra cui Gae Aulenti, Dominique Perrault, Atelier Mendini, Álvaro Siza – e arricchite dagli interventi di artisti come Jannis Kounellis, Joseph Kosuth, Mimmo Paladino, Sol LeWitt e Mario Merz. Tra le più amate resta Toledo, disegnata da Oscar Tusquets Blanca: al suo interno, i grandi mosaici di William Kentridge e Costantino Aureliano Buccolieri, insieme a un sapiente un gioco di luci, raccontano miti, storia e vita quotidiana, da Pompei al Vesuvio, da San Gennaro alle scene più autentiche della città e alla profondità del mare.

Quartieri Spagnoli, tavola e teatro da Nennella
Nei Quartieri Spagnoli, nati nel Cinquecento durante la dominazione spagnola, Napoli pulsa più forte. Vicoli stretti, panni stesi, voci che rimbalzano: qui la città è palcoscenico quotidiano e autenticità pura. Per capirla davvero, basta sedersi a tavola alla Trattoria Da Nennella (www.trattorianennella.it/la-storia), attiva dal 1949 (oggi in piazza Carità, 22). Qui si vive un’esperienza, un rito popolare. Non si prenota: si arriva, si dice il nome, lo si sente urlare quando il tavolo si libera. E si entra nello spettacolo.

Tutto comincia con Elisabetta, detta Nennella, che nel dopoguerra serviva panini e piatti caldi ai netturbini all’alba. Poi arriva Don Pasquale, il figlio, e con lui quel caos affettuoso fatto di grida, risate, mestoli che volano. Oggi quel disordine è diventato una liturgia gioiosa: camerieri-attori, battute a raffica, piatti che sfilano tra i tavoli. Teatro popolare, senza copione. Insuperabile la pasta e patate con provola e pancetta, friarielli in padella, cucina napoletana verace, generosa, che non chiede interpretazioni. Qui si mangia, si ride, si partecipa. E si esce con la sensazione di aver capito qualcosa in più di Napoli.

Info: www.napoli-turistica.com/ *foto da Ufficio Stampa Comune di Napoli, Valerio Tavani, Ufficio Stampa mostra Mirò, Ufficio Stampa mostra Totò.

Basta sentirmi parlare per intuire il mio attaccamento alla Basilicata. Nonostante viva a Bologna da tanti anni e ami questa città, ho mantenuto una visione Sudcentrica della vita. Giornalista professionista, tutor al master in giornalismo, scrittrice e soprattutto “ragazza” piena di energia. Ho una valigia sempre pronta, anche se a ogni viaggio dimentico qualcosa. Vivrei in estate tutto l’anno e sogno una casa vista mare. Scrivo libri di curiosità (Book Sun Lover) e romanzi (“Un giorno sì un altro no”, “Come un fiore sul quaderno”). Leggo tanto, sorrido ancora di più.

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