Christina B. Assouad, viaggi interiori e nuovi inizi

A tu per tu con l’autrice di “La vita che ci resta” (Giraldi Editore), tra America e Marche, tra scrittura e psicologia, tra luoghi e ripartenze possibili
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Un oceano in mezzo non è solo una distanza geografica: è un modo diverso di guardare il mondo. Denver, negli Stati Uniti, da una parte, le colline marchigiane dall’altra. In mezzo, anni, spostamenti, lingue, ritorni, e quel continuo attraversamento che trasforma il viaggio in uno stato mentale prima ancora che fisico.
Christina B. Assouad ha costruito una traiettoria personale e professionale che tiene insieme mondi solo in apparenza lontani e nei suoi libri porta un doppio sguardo: quello della parola e quello dell’anima. Laureata in Lingue e Letterature Straniere e in Scienze Psicologiche, ha pubblicato con Rizzoli, Fanucci e Morellini, e ha fondato scritturanarrativa.it, spazio di formazione e confronto dedicato a chi prende le storie sul serio. Ed è proprio lì, attraverso il monitor di un computer, che le nostre strade si sono incrociate: non su una mappa, ma dentro una pagina condivisa. Anche questo, in fondo, è un modo di partire.
Il suo ultimo romanzo La vita che ci resta (Giraldi Editore)

Il suo ultimo romanzo La vita che ci resta (Giraldi Editore) è un libro molto attuale con una storia coinvolgente, dolorosa e delicata, capace di affrontare un tema potente senza alzare la voce. Claudia Fiorucci, la protagonista, sta per realizzare il suo sogno di lavorare come artista ceramista. Un giorno gli squilli senza risposta del telefono della sorella cambiano per sempre il corso della sua vita. Lorenzo, suo nipote di sei anni, si ritrova all’improvviso orfano di madre per mano del padre. La violenza resta sullo sfondo, mentre il centro della narrazione diventa altro: chi rimane, chi deve ripensare la propria rotta, chi prova a ricominciare quando l’orizzonte cambia all’improvviso.
Tra le pagine un viaggio lungo un anno, che Claudia vive in compagnia del diario segreto della sorella Paola; un anno per cercare giustizia e illuminare di amore e fiducia i vicoli bui della vita. Un percorso in cui le sue fragilità e la sua tenacia si alternano, per garantire al piccolo Lorenzo un futuro nuovo anche se imperfetto.
Con Cristina B. Assouad abbiamo parlato di scrittura, di psicologia, di viaggi interiori e reali, di luoghi che formano e trasformano.
La protagonista Claudia
Partiamo da Claudia. È una donna comune, senza eroismi dichiarati. Quanto era importante per te raccontare una forza quotidiana, fatta più di resistenza che di gesti clamorosi?
«Ho scelto di mettere in scena un personaggio nel quale molte di noi potessero ritrovarsi, una donna senza “super-poteri”, ma tenace e fragile allo stesso tempo. Una donna che, davanti agli ostacoli della vita, si adopera come può per superarli. Volevo trasmettere l’idea che i momenti più bui hanno in qualche modo il potere di farci attingere a risorse che spesso non pensiamo di avere».
La vita che ci resta sembra suggerire che la rinascita non cancelli le cicatrici. È questa, secondo te, la forma più onesta di speranza?
«Credo che la speranza sia una grande azione di coraggio, un promettere a se stessi che si farà di tutto per illuminare la vita con nuove possibilità. Le cicatrici restano, così come il dolore, ma penso alla speranza come a un’azione forte e positiva, qualcosa che dobbiamo sempre creare per continuare a vivere con forza nel presente e piano piano entrare nel futuro».

Se Claudia potesse parlare oggi alle lettrici, che cosa direbbe loro, secondo te, senza retorica e senza consolazioni facili?
«Ci direbbe che la vita non è facile e mai perfetta. Ci consiglierebbe di non dare mai per scontato che le amiche o le sorelle che ci sembrano forti lo siano davvero; ci direbbe di essere più vicine alle persone che amiamo e che è meglio un insistente “Come stai?” Piuttosto che accontentarsi del generico “Va tutto bene”».
Lo direbbe a noi per ricordarlo a se stessa. Poi aggiungerebbe che anche quando i nostri piani vengono sconvolti in maniera violenta, dobbiamo crearci un nuovo obiettivo e se non ci riusciamo per noi, dobbiamo farlo per chi si fida e ha bisogno di noi».
La scrittura
Quanto per te la scrittura – intima, privata – è uno strumento di verità, capace di dire ciò che a voce spesso resta nascosto?
«Credo molto nei benefici della scrittura di sé, che sia un diario, un memoir, un’autobiografia. Scrivere ci aiuta a riorganizzare i ricordi e le emozioni, a ripercorrere con la lucidità del tempo ciò che abbiamo vissuto. Scrivere di se stessi e a se stessi ci aiuta a dare un nuovo e giusto significato al passato. Sicuramente è più facile confidarsi con un foglio bianco che è sempre accogliente e mai giudicante, ma cercare il dialogo con una persona amica può fare la differenza».

Scrittura e psicologia convivono spesso nei tuoi romanzi. In che modo la tua formazione ha influenzato la costruzione emotiva di questa storia?
«Ogni storia è una storia di relazioni e trasformazioni. Quando mettiamo in scena un personaggio dobbiamo ricordarci del suo vissuto invisibile, della sua backstory. Prima di scrivere è importante ricostruire i tratti psicologici che lo caratterizzano e che quindi rendono comprensibili le sue azioni future. La psicologia è indispensabile per costruire ambienti umani credibili».
Il dolore ma con un lieto fine
La violenza è presente, ma mai spettacolarizzata. Come hai lavorato sul tono per evitare il rischio del sensazionalismo e restare fedele alla delicatezza che attraversa tutto il libro?
«È vero, pur partendo da un femminicidio, “La vita che ci resta” non è un romanzo che parla di violenza. Il mio intento era infatti quello di dare voce a chi resta dopo il dramma efferato. Mi sono messa in ascolto della loro solitudine, del non poter gridare o piangere liberamente perché in casa c’è una giovane vita che ha bisogno di futuro, dello smarrimento davanti al peso della giustizia e della burocrazia».
Nel libro c’è il tribunale, la burocrazia, l’attesa. Quanto è stato importante mostrare anche questi aspetti meno narrativi ma decisivi nella vita di chi resta?
«Questo è l’aspetto che mi ha impegnata di più nella fase di ricerca. Ho consultato avvocati, assistenti sociali, psicologi, proprio per creare un senso di coerenza del romanzo con la realtà. La vita di chi resta non è afflitta solo da un inguaribile dolore, ma anche appesantita dalle questioni burocratiche che, pur avendo l’obiettivo di mettere ordine nella nostra vita, in realtà la complicano, spesso la privano di umanità, la caricano di giudizi e aspettative».
È un romanzo che parla di dolore, ma arriva a un lieto fine. Che cosa significa, per te, “lieto fine” quando si parte da una perdita così radicale?
«Quando scrivo una storia, la scrivo solo se ho in mente un lieto fine per i personaggi, altrimenti continuo a cercare nuove idee. Per me il lieto fine è quando le scene finali del romanzo vedono i protagonisti muoversi su un piano emotivo positivo superiore a quello iniziale. È naturale che in questo mio libro il lieto fine per eccellenza non è possibile, però ne ho immaginato uno raggiungibile sia per Claudia che per il piccolo Lorenzo».
I corsi di scrittura creativa
Hai fondato il sito scritturanarrativa.it, dove tieni corsi di scrittura creativa. Ci vuoi dire qualcosa in più di quel che fai?
«Insegno scrittura creativa da circa quindici anni. La mia offerta formativa si rivolge sia a chi muove i primi passi nel mondo della scrittura che alle autrici e agli autori più esperti che hanno il desiderio di trasformare la propria idea in un romanzo o in un racconto.
Tra le attività che propongo c’è la Palestra di Storie e Parole, un luogo (virtuale) dinamico basato sullo scambio di idee, sul confronto con gli altri partecipanti in un clima accogliente e informale. Le tecniche di scrittura narrativa sono indispensabili per portare a termine il nostro progetto letterario. Oltre allo stile, alla passione, al pensiero creativo, anche nella scrittura, come nelle altre discipline artistiche, c’è quella componente tecnica che ci aiuta a creare storie affascinanti e ben strutturate».
I viaggi
Vivere tra due mondi è già un viaggio. Che cosa ti porti ancora dentro di Denver e che cosa, invece, ti ha insegnato il vivere nelle Marche?
«“Vivere tra due mondi” e due culture mi ha permesso di essere una persona “ponte”. Se fisicamente mi trovo in Italia, una parte del mio pensiero si trova contemporaneamente negli Stati Uniti e viceversa. Delle Marche amo la natura, il paesaggio collinare, il mare di cui non potrei fare a meno e le decine di splendidi borghi medievali che caratterizzano questa regione. Gli Stati Uniti negli anni hanno ricoperto il significato di viaggio verso le origini, vacanze in famiglia, possibilità di vivere e scoprire città metropolitane e spazi naturali sconfinati. Due realtà forse agli antipodi che in qualche modo convivono dentro me».

Cosa non manca mai nella tua valigia, anche quando parti solo per pochi giorni?
«In realtà nella mia valigia o nello zaino non manca mai una copia cartacea dei biglietti aerei o ferroviari. Spesso le amiche mi prendono in giro, ma da questo punto di vista sono antica, non riesco ad affidarmi completamente alla tecnologia e avere qualcosa di tangibile tra le mani mi dà sicurezza. Supponiamo che il cellulare si scarichi o non ci sia campo? Credo che in quel caso il caro vecchio foglio di carta ci possa salvare».
Se potessi partire per un viaggio con una donna del passato, reale o letteraria, chi sceglieresti e perché?
«Mi piacerebbe senza dubbio girare per le strade della New York degli anni venti insieme all’eccentrica e divertente zia Mame del celebre omonimo romanzo di Patrick Dennis, del 1955. Sarebbe un viaggio socialmente avventuroso, all’insegna della leggerezza e della libertà».
Luoghi che sono sorprese
Sei più da itinerari pianificati o da strade prese all’ultimo momento? Quanto il viaggio assomiglia, a tuo avviso, alla scrittura?
«Mi piace pianificare il viaggio, inserendo nell’itinerario le tappe che più mi incuriosiscono. Ben vengano anche i cambiamenti dell’ultimo minuto purché non siano il frutto di suggerimenti bizzarri da parte del navigatore! La scrittura è un viaggio lungo e complesso: si parte in solitaria con la costruzione dei personaggi e della trama, ma si spera che alla fine del percorso ci sia molta gente desiderosa di ascoltare la nostra storia».
Un luogo che ti ha sorpresa, uno di quelli che non ti aspettavi e che invece ti è rimasto addosso.
«L’Islanda, una terra magnetica capace di trasportarti nella purezza e nell’incanto di una natura selvaggia, incontaminata e per certi versi primitiva».
Che cosa ti fa sentire davvero “arrivata” in un posto nuovo: il caffè giusto, una libreria, una passeggiata senza meta, una conversazione inattesa?
«Di solito mi sento a casa quando ho la sensazione di essere già stata in quel luogo anche se lo sto visitando per la prima volta».

La vita che ci resta (Giraldi editore) in libreria e su Amazon

Basta sentirmi parlare per intuire il mio attaccamento alla Basilicata. Nonostante viva a Bologna da tanti anni e ami questa città, ho mantenuto una visione Sudcentrica della vita. Giornalista professionista, tutor al master in giornalismo, scrittrice e soprattutto “ragazza” piena di energia. Ho una valigia sempre pronta, anche se a ogni viaggio dimentico qualcosa. Vivrei in estate tutto l’anno e sogno una casa vista mare. Scrivo libri di curiosità (Book Sun Lover) e romanzi (“Un giorno sì un altro no”, “Come un fiore sul quaderno”). Leggo tanto, sorrido ancora di più.

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