Sapore di mare, sapore di sdraio

Non importa che sia su una spiaggia, su un marciapiede di un locale, in un giardino assolato o sul balcone di una casa di città: appena ci si avvicina a questa speciale seduta qualcosa dentro di noi rallenta
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Si apre con un rumore secco e familiare. Due stecche che si allargano, la tela che si tende sotto il peso del corpo. E all’improvviso l’estate prende forma. Non importa che sia su una spiaggia, in un giardino assolato o sul balcone di una casa di città: appena ci si avvicina a una sdraio qualcosa dentro di noi rallenta. Pochi oggetti riescono a evocare un immaginario collettivo così potente che accompagna le nostre vacanze e i nostri ricordi. Eppure, le sue origini non hanno nulla a che fare con il mare, con il relax e il tempo libero.
Agli inizi del Novecento
Si deve ritornare con la mente a inizio Novecento, agli accampamenti militari, al fronte di guerra. C’era bisogno di sedute pieghevoli, leggere, resistenti e facili da trasportare durante gli spostamenti delle truppe italiane impegnate nelle campagne in Nord Africa e degli ufficiali britannici. La vera rivoluzione arriva però negli anni Trenta, quando Irving Volpin brevetta il modello moderno. La sdraio sale a bordo delle grandi navi da crociera inglesi e francesi, dove i passeggeri la utilizzano per prendere il sole o concedersi una pausa. Nasce la celebre deck chair, la “sedia da ponte”, quella che compare nelle fotografie d’epoca con eleganti signore in abiti chiari e uomini con cappello di paglia che fissano l’orizzonte dell’Atlantico. La sdraio conquista così la classe borghese. Ma facciamo un passo indietro.
L’origine del nome
Anche il nome custodisce una storia curiosa. La parola “sdraio”, che deriva dal verbo sdraiarsi, entra ufficialmente nella lingua italiana già nel 1833 grazie al Vocabolario della Crusca curato dall’abate Giuseppe Manuzzi. Alla voce si legge: «dicesi quella seggiola o poltrona fatta in modo da starvi disteso comodamente». Per decenni il termine resta sospeso tra forme diverse, tanto che scrittori e dizionari discutono sul genere: “la sdraio”, “lo sdraio”, perfino “la sdraia”. Cesare Pavese nel suo libro “La Spiaggia” del 1942 usa il maschile, Aldo Palazzeschi, ne “I fratelli Cuccoli” del 1948, preferisce “sdraia”, e come lui anche Pier Paolo Pasolini, mentre tra Rimini e Riccione ancora oggi qualcuno degli operatori turistici parla degli “sdrai” (al plurale il termine corretto è le sdraio, come ribadisce Andrea Maggi insegnante di lettere e influencer da oltre 415mila follower su Instagram @andreamaggi1).
Il boom negli anni Cinquanta
Negli anni Cinquanta avviene l’esplosione definitiva. Le spiagge italiane, dalla Riviera Romagnola alla Versilia, fino alla costa ligure, e poi lungo i lidi d’Europa si trasformano in un mosaico di colori. È il momento del boom economico, delle ferie lunghe e accessibili, delle utilitarie cariche fino al tetto e delle settimane prenotate con mesi d’anticipo. Ben presto la sdraio conquista pure giardini, ville, pensioni, campeggi, insieme al tentativo sempre goffo di reclinarla senza farsi male alle dita.

I ricordi
«Sulla spiaggia di Cattolica, negli anni del Boom erano quasi tutte a righe: rosse e blu, arancione e verde, gialle e blu. Creavano un effetto così allegro, vivace e le file (non così tante come oggi, con la spiaggia più lunga grazie alla presenza delle scogliere) sembravano strisce di stelle filanti in riva al mare», ci dice Daniela Bartoli che accoglie gli ospiti e cura le pubbliche relazioni dell’Altamarea Beach Village, il primo villaggio di spiaggia della riviera ma, se c’è bisogno, apre e chiude gli ombrelloni. «Mio padre Salvatore, storico bagnino conosciuto come “Turen”, le teneva sotto una grande pensilina: tutte allineate, come soldatini.
A fine stagione, quando non esistevano ancora le idropulitrici, smontava i teli plastificati sostenuti dalle strutture di legno grazie a bastoncini a cilindro, poi li metteva in ammollo in grandi mastelli, li spazzolava e insaponava uno a uno, li faceva asciugare bene al sole e li riponeva in un magazzino fino all’estate successiva. Mi ricordo un rito scaramantico: c’era una cliente tedesca, una rigida Frau molto esigente, che ogni anno prenotava sempre la solita sdraio, e guai se non le veniva riservata…Mein Gott! (Mio Dio). Dopo i suoi quindici giorni da turista esigentissima e pretenziosa, ricordo che il giorno della partenza, la sdraio che aveva occupato veniva lanciata in mare con una piroetta liberatoria, dopo giorni trascorsi a dire “Jawohl” (sissignora)».
Sdraio o lettino?
Oggi queste sedute non hanno più lo scheletro di legno, bellissimo ma pesante e difficile da mantenere, che richiedeva mordente e prodotti nutrienti per non essiccare e sbiadire. «Sono leggerissime, di alluminio, hanno braccioli ergonomici e teli traforati e traspiranti, che si asciugano in fretta. Nonostante i lettini siano più comodi per prendere il sole, le sdraio sono ancora richieste, soprattutto da chi, come tanti, ama fare le parole crociate e leggere sotto l’ombrellone, stare a fissare il mare o osservare il passaggio delle persone. Da noi, in Altamarea, ci sono anche tanti giovani che seguono la moda retrò e vintage, e dominano la riva del mare seduti pigramente su una classica e sempreverde sedia a sdraio», conclude Bartoli.
Il trono dell’ozio
Non a caso Alberto Savinio scriveva: «L’ozio è una forma di intelligenza». E le sdraio, probabilmente, sono il trono più democratico dell’ozio, una rappresentazione dei ritmi lenti. Non è un caso che cinema e fotografia le abbiano elette a protagoniste silenziose. In “Il sorpasso” di Dino Risi, ambientato durante il weekend di Ferragosto del 1962, raccontano la leggerezza e l’euforia di quegli anni di libertà e di crescita finanziaria. In “Sapore di mare”, la commedia romantica del 1983, diventano quasi un paesaggio sentimentale. E non solo.
Immortali nella letteratura
Anche la letteratura le ha rese immortali. Thomas Mann cita le sedie a sdraio, anche se in un altro contesto, ne “La montagna magica”, ambientato nel sanatorio di Davos. Pure le immagini d’epoca del fotografo americano Slim Aarons, da Capri ad Acapulco, da Saint-Tropez al Cap Eden-Roc, raccontano il jet set dei vacanzieri a bordo piscina, fra gli anni ‘50 e ’80: un’estetica internazionale del lusso. In tempi più recenti, Massimo Vitali ha immortalato con le sue istantanee la vita spensierata sulle spiagge italiane. Nel 1994, scatta la sua prima fotografia in spiaggia a Marina di Pietrasanta e da allora quella successione di comode sedute – si colloca in acqua su una piattaforma rialzata rispetto al litorale di tre metri per osservare meglio dall’alto – diventano mappe emotive fatte di corpi e desiderio di evasione.
Un gesto semplice
E allora forse non sorprende che, dopo oltre cent’anni, questo pezzo di memoria collettiva continui a sopravvivere alle mode, al design e alle varie innovazioni e trasformazioni. Perché ogni estate abbiamo ancora bisogno di quel gesto semplice: lasciarci cadere sopra una sdraio e sentire, almeno per un momento o per qualche giorno, che il mondo può aspettare.

Basta sentirmi parlare per intuire il mio attaccamento alla Basilicata. Nonostante viva a Bologna da tanti anni e ami questa città, ho mantenuto una visione Sudcentrica della vita. Giornalista professionista, tutor al master in giornalismo, scrittrice e soprattutto “ragazza” piena di energia. Ho una valigia sempre pronta, anche se a ogni viaggio dimentico qualcosa. Vivrei in estate tutto l’anno e sogno una casa vista mare. Scrivo libri di curiosità (Book Sun Lover) e romanzi (“Un giorno sì un altro no”, “Come un fiore sul quaderno”). Leggo tanto, sorrido ancora di più.

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