Regine in scena: quando un abito diventa potere e racconto di sé

Alla Reggia di Venaria, 31 costumi tra cinema e teatro riscrivono l’immagine della regalità femminile tra mito, storia e fantasia. Fino al 6 settembre
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Entrare alla Reggia di Venaria, alle porte di Torino, in questi mesi significa fare un passo laterale nel tempo e nello sguardo. Non una semplice mostra, ma un piccolo rito di trasformazione: si entra spettatrici e si esce un po’ regine. O, almeno, con la consapevolezza che la regalità non è solo una questione di corone, ma di presenza, postura, narrazione.

Fino al 6 settembre 2026, nelle Sale delle Arti prende forma “Regine in scena. L’arte del costume italiano tra cinema e teatro”, un percorso che mette al centro 31 abiti straordinari. Non vestiti, ma vere e proprie dichiarazioni di identità.
L’esposizione
Curata da Massimo Cantini Parrini insieme a Clara Goria, l’esposizione gioca su un’idea affascinante: la regalità come costruzione scenica. Un linguaggio visivo capace di imprimersi nella memoria prima ancora della parola. Quante volte, pensando a Cleopatra, viene in mente Elizabeth Taylor prima della figura storica? Quante volte Maria Antonietta ha il volto di Kirsten Dunst o Mélanie Laurent? È lì che il costume diventa potente: quando si incolla all’immaginario.

Il percorso si muove tra tre dimensioni – mito, storia e fantasia – come un racconto a più voci. I colori guidano lo sguardo: argento per la fantasia, bronzo per il mito, oro per la storia. Tre materiali che non sono solo cromie, ma stati d’animo. L’argento sussurra, il bronzo trattiene memoria, l’oro afferma.
Le regine nel cinema
E poi loro, le regine. Quelle che si ricordano anche a distanza di anni. Monica Bellucci nei panni dell’Incantevole Strega nei Fratelli Grimm, con uno sguardo che sembra riflettere mondi interi. Michelle Pfeiffer come Titania, regina delle fate, sospesa tra leggerezza e mistero. Maria Callas, intensa e tragica, nella Medea pasoliniana. Liz Taylor, opulenta e magnetica, nella Cleopatra che ha segnato un’epoca.

Accanto al cinema, il teatro e l’opera lirica ampliano il racconto. Qui il costume deve “respirare” nello spazio, farsi leggere da lontano, dialogare con il corpo dell’attore e con il tempo della scena. Due linguaggi diversi, una stessa magia: costruire un personaggio attraverso il tessuto.
I dettagli
Colpisce un dettaglio su tutti: nulla è lasciato al caso. Le pieghe, i ricami, il peso dei materiali. Persino la luce. Nel caso di Titania, ad esempio, il tessuto plissettato a mano – ispirato alla tecnica di Mariano Fortuny – reagisce alla luce in modo quasi vivo. Il risultato è un’apparizione che sembra sfuggire alla materia. E quel glitter dorato rimasto sulla pelle di Michelle Pfeiffer anche settimane dopo le riprese? Un dettaglio che racconta quanto il confine tra finzione e realtà, a volte, sia sottilissimo.

film Sogno di una notte di mezza estate, 1999, di Michael Hoffman. Collezione Tirelli Trappetti,
Roma (Foto da Ufficio Stampa)
La costruzione del potere
Passeggiando tra le sale, ammirando questi eleganti abiti, si scopre anche un’altra cosa: il potere non è mai neutro. Viene costruito. Attraverso silhouette, volumi, colori. Una manica può diventare un’arma. Uno strascico, una dichiarazione. Un corsetto, una gabbia o una corazza, a seconda di chi lo indossa.
Ogni donna è una regina
E forse è proprio questo il cuore della mostra: ricordare che ogni donna, nella vita quotidiana, sceglie ogni giorno il proprio “costume”. Non nel senso di travestimento, ma di racconto di sé. Un abito che parla, anche quando restiamo in silenzio.

La Reggia di Venaria, con le sue prospettive scenografiche, amplifica tutto questo. Le architetture dialogano con i costumi, li accolgono e li esaltano. Non si guarda soltanto: si entra dentro una narrazione che attraversa secoli e linguaggi, dal cinema alle serie tv, passando per il teatro e l’opera.
E alla fine, uscendo, resta una domanda leggera ma insistente: quale regina siamo, quando nessuno ci guarda?

*Tutte le foto sono di Margherita Borsano (da Ufficio Stampa)


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